I Volontari in India
Campo di emergenza 2005

 

  Marco Avena e Claudia Armillotta nei mesi di febbraio-marzo 2005

Fotografie

Report del social dreaming

 

 

Volevo, un po’ da pioniere, sperimentare la tecnica del Social Dreaming così come è stata teorizzata

da W. Gordon Lawrence, così come ho studiato e osservato nella ricerca che ha composto la mia

tesi di laurea, che al tempo non avevo ancora discusso. Mi sono trovato invece a fare i conti con la

realtà dirompente di ragazzi e donne arrabbiati, delusi, felici di vivere e di rivendicare le loro

richieste di vita vera, più che di sopravvivenza.

L’ambiente caotico, il setting sconosciuto, l’India: tutto così nuovo ed irriducibile, impossibile da

far rientrare nelle teorizzazioni precostituite. Ma i sogni, quelli sì, c’erano anche lì, a costituire le

comuni radici oniriche.

Tutti figli di sogni divini.

Sri Aurobindo

 

Qui di seguito vi sono vari racconti resi da volontari

 

Daniel Mori

Dal 23 luglio al 9 agosto 2005 ho partecipato ad un intervento umanitario di recupero e ricostruzione di alcune zone colpite dallo tsunami durante lo scorso anno.

Karaikal è una piccola città nel sud-est dell’India: si trova nella parte meridionale dallo stato di Pondicherry. Lo stato di Pondicherry era un tempo colonia francese, resasi indipendente ad annessa al resto dell’India nel 1955 (indipendente dal 1945). Secondo le stime, nel 2004 la popolazione totale della zona di Karaikal era di 180.578 abitanti.

Lo tsunami si è abbattuto sulle coste indiane alle 9.15 del 26 dicembre 2004. La zona che ha subito le maggiori perdite umane (circa 40.000) è e stata quella di Nagapattinam, venti chilometri a sud di Karaikal. Nell’area di Karaikal le acque del maremoto si sono spinte in media fino a km 2.5 nell’entroterra, con punte di cinque chilometri. I danni umani e materiali sono riassunti nelle tabelle che seguono:

 LA REGIONE DI KARAKAIKAL

·  Popolazione  

170.640 (2001), 180.578 (2004)

Villaggi costieri  

        12

Popolazione

 17.432

Morti e scomparsi   

      530

Perdita di capi e di bestiame/ pollame

    3.500

Popolazione colpita   

 60.697

Abitazioni danneggiate

15.321

Persone evacuate

15.000

Relief Camps   

       22

Danni alle coltivazioni (superficie) 

        790 H

          I DANNI ALL'ECONOMIA ITTICA

Barche meccanizzate distrutte 

  12

FRP

 523

Catamarani FRP OBM

 515

Catamarani OBM 

 738

Reti da pesca perdute  

1997

 

Dinanzi alla catastrofe la comunità internazionale si è mossa con sollecitudine e gli aiuti sono stati immediatamente copiosi: sulla loro utilità complessiva (vitale) non vi sono dubbi, della loro efficacia specifica occorre invece trattare. Gli Stati Uniti d’America hanno inviato in India enormi carichi di grano, dimenticando tuttavia che la dieta della popolazione dell’India sud-orientale è a base di pesce oppure tendente alla monofagia risicola: per queste genti – che peraltro non saprebbero nè macinarlo nè ricavarne pane o pasta – il grano e un alimento del tutto estraneo alla dieta e potenzialmente cagionevole se assunto improvvisamente con regolarità. Il governo russo, dimenticando che l’India meridionale è pochi gradi di latitudine a nord dell’ equatore, ha inviato coperte e capi di abbigliamento imbottiti per l’inverno della tundra siberiana. Sono, questi, gli esempi più sorprendenti della generale mancanza di criterio nell’organizzazione degli aiuti internazionali. Appare dunque assai importante la presenza di volontari internazionali che collaborino fattivamente assieme agli abitanti locali per definire e mettere in opera interventi mirati e sistematici. 

 

Field Service and Intercultural Learning

F.S.L. (Field Service and Intercultural Learning) è un associazione non governativa indiana costituita a Bangalore, nello stato della Karnataka, nel 1995, che opera nei campi-sociale, ambientale e culturale.

F.S.L. ha iniziato la propria attività a Karaikal il 6 gennaio 2005. La scelta della località è in netta controtendenza rispetto alle altre O.N.G., intervenute in maggioranza a Nagapattinam, la comunità colpita con la maggior magnitudine e danneggiata più gravemente dallo tsunami : dinanzi alla mole e alla concentrazione degli aiuti pervenuti a Nagapattinam,  F.S.L. ha reputato più urgente la situazione nella zona Karaikal e giudicato necessaria la diversificazione geografica degli interventi delle O.N.G.
Stabilito questo criterio, F.S.L. ha posto il proprio centro di azione (e la residenza dei propri volontari) a Karaikal, e da là coordinato interventi in un raggio di circa venti chilometri, fino alla stessa Nagapattinam.

Durante la fase dell’emergenza, approssimativamente nei primi tre mesi dopo lo tsunami, F.S.L. ha messo in opera centinaia di progetti. Fra i più significativi, elenco i seguenti: distribuzione di viveri; cura, in collaborazione con la Croce Rossa internazionale, di oltre 30.000 persone esposte rischi di epidemia nelle miserrime condizioni ambientali e sanitarie; gestione ed operazione di una cucina comunitaria nel villaggio distrutto di Karaikalmedu (circa 4500 abitanti ) costruzione di alloggi temporanei per le comunità di pescatori e per quella Dalit (la casta indù degli intoccabili); costruzione di bagni ed educazione sanitaria per migliorare le condizioni igieniche dei villaggi provvisori; programma Happy Heart, in collaborazione con Child Care Fund, per l’assistenza e l’insegnamento ai bambini; soccorso veterinario, in collaborazione con Blue Cross.

A partire dal mese di aprile, risolta la fase di emergenza, F.S.L. ha  iniziato la fase di  ricostruzione. Nel periodo della mia attività a Karaikal, F.S.L. era impegnata in circa venticinque progetti, sei dei quali prevedevano l’impegno diretto dei volontari (mentre gli altri erano impegni di natura economica).

Organizzazione e ruolo dei volontari

I volontari provenienti dalle diverse nazioni  vengono reclutati da F.S.L. attraverso associazioni partner nei paesi di origine dei volontari. L’associazione italiana che collabora con F.S.L. è la OIKOS, attraverso la quale un notevole numero di volontari raggiunge l’India e, in questo caso, le zone dell’India colpite dallo tsunami. Nel mese di agosto i volontari italiani sono stati il gruppo nazionale di maggioranza nel campo F.S.L. di Karaikal. Copioso anche il numero di francesi, americani, inglesi, giapponesi e coreani; in generale, tuttavia, i volontari provengono da tutto il mondo sviluppato. Gli arrivi e le partenze dei volontari avvengono nel fine settimana.

Il centro di coordinamento dei volontari -nonché alloggio per la maggior parte di essi- è un appartamento a Kottucherry Post, una periferia a nord di Karaikal

Nei momenti di maggior affollamento, alcuni volontari vengono alloggiati in una casa sussidiaria poco distante dalla sede. Il campo è diretto da due volontari permanenti di F.S.L. provenienti dalla sede centrale di Bangalore, coadiuvati da due locali assunti per sbrigare le mansioni organizzative più semplici   (trasporti, gestione degli alloggi ecc.).

 I direttori si occupano della scelta dei progetti da portare avanti, dalla distribuzione delle risorse economiche necessarie per la loro realizzazione, dalla verifica dell’avanzamento dei lavori.

All’inizio della settimana i volontari definiscono, in funzione delle esigenze dei singoli progetti, il proprio programma di lavoro per la settimana- scegliendo un progetto da svolgere ogni mattina, ed uno ogni pomeriggio. I direttori selezionano, inoltre, un volontario da assegnare a ciascun progetto come leader, con la responsabilità di gestire il gruppo dei volontari, assicurare il corretto svolgimento del progetto, coordinare il lavoro con i direttori e gli addetti locali, relazionare sull’avanzamento dei lavori nelle riunioni collettive. Di norma, la settimana è di sei giorni (lunedì-sabato) ma alcuni interventi straordinari - come la distribuzione di aiuti (principalmente attrezzi agricoli) - hanno luogo la domenica pomeriggio.

 Lo schema che segue riassume i progetti ai quali non ho partecipato, se non saltuariamente ed in via eccezionale, in prima persona:

  1. Land Reclamation: una delle conseguenze ambientali più gravi prodotte dallo tsunami è stata la contaminazione delle coltivazioni con acqua salata. I campi, resi incoltivabili da uno strato superficiale di sale marino depositato sul terreno in seguito all’evaporazione dell’acqua del maremoto, sono inutilizzabili per i consueti scopi agricoli. Trattandosi in misura non trascurabile di agricoltura di sussistenza, l’impraticabilità della coltura ha messo in pericolo non solo l’economia (peraltro già arretrata) della zona, ma anche l’autosufficienza alimentare e la sopravvivenza di molte famiglie, esposte ai pericoli della denutrizione (o malnutrizione) ed alla dipendenza degli aiuti del governo indiano e delle O.N.G.  L’intervento di F.S.L. consiste nella riabilitazione, in collaborazione con gli agricoltori indigeni, dei campi contaminati. Il lavoro, assai faticoso, consiste nella rimozione dello strato superficiale di terra (15-25cm): lo svolgimento dell’attivita è complicato dalla mancanza di mezzi utensili adeguati. Gli attrezzi a disposizione- quelli dell’agricoltura tradizionale indiana- sono pale e scodelle molto piccole con le quali, lentamente, la terra viene trasportata anche a centinaia di metri di distanza. Non esistono carriole, e l’importazione di mezzi moderni (meccanizzati e non) comporterebbe un impatto culturale ed economico imprevedibile (si pensi agli effetti della meccanizzazione sull’occupazione in un paese di un miliardo di abitanti in maggioranza impegnati nel settore primario).

 

  1. Boat construction: la furia dello tsunami ha praticamente annientato l’economia ittica della zona. Oltre ad eliminare gli insediamenti dei pescatori, il maremoto ha distrutto le barche della zona: i pescherecci di ogni dimensione sono stati spazzati via: i relitti sono stati ritrovati fino a cinque chilometri nell’entroterra. F.S.L. ha messo fondi ed  i propri volontari a disposizione delle maestranze locali per la costruzione di nuove barche. Ogni volontario assisteva un operaio del posto in una specie di catena di montaggio: la produttività di questo progetto, cosa insolita in rapporto ai ritmi ed ai metodi lavorativi indiani, era molto alta. Entro la fine di agosto l’intera flotta di pescherecci (circa ottanta barche di modeste dimensioni) era già stata rinnovata.

 

  1. N.G. Orphanage: l’attività di F.S.L. non è legata solo alla catastrofe dello tsunami. Questo progetto, anzi, è inerente allo tsunami solo in modo tangenziale. L’assistenza ai disabili è una delle carenze più gravi della società indiana la cui cultura tende all’emarginazione/abbandono dei portatori di handicap. Per questi motivi, F.S.L. ha intrapreso una serie di interventi ed iniziative in tutta l’India per il miglioramento della situazione dei disabili: a Karaikal, l’intervento è stato indirizzato in un orfanotrofio che accoglie disabili (non solo bambini ed adolescenti ma anche un paio di ultraventenni). Occorre, in questo caso, definire la valenza del termine orfanotrofio in India. buona parte delle persone accolte in queste strutture non sono orfani, ma provengono da famiglie che le hanno abbandonate oppure affidate perché troppo povere per provvedere al loro mantenimento.

Nel caso di   N.G. Orphanage, gli ospiti sono tutti disabili, in maggioranza abbandonati. La situazione dell’orfanotrofio è problematica: la struttura privata è gestita da un uomo disonesto poco interessato alla cura degli assistiti. I maltrattamenti sono all’ordine del giorno ed i volontari segnalano gravi casi di negligenza. F.S.L. sta collaborando con le autorità competenti per ottenere la chiusura dell’orfanotrofio: un ispettore del governo ha già offerto la propria collaborazione ma, prima di poter procedere, F.S.L. intende trovare sistemazioni alternative per gli ospiti dell’orfanotrofio - operazione non agevole in un paese dove pochissime sono le strutture di assistenza ai disabili e minimo l’interesse della chiesa cattolica: organismo che, peraltro, rende servizi umanitari utilissimi alle comunità, non solo cristiane, della zona ma sembra ignorare i problemi dei disabili. Dunque, in attesa di una soluzione definitiva, F.S.L. invia i propri volontari all’orfanotrofio per garantire un livello più consono di assistenza ai disabili: i volontari vigilano sulle condizioni sanitarie degli orfani, si occupano della loro igiene, somministrano regolarmente i farmaci a coloro che sono in cura, allertano medici tramite F.S.L. quando ve ne sia necessità. Si tratta , quindi di un intervento permanente, a tempo indeterminato, finalizzato all’alleviamento ed attenuazione del problema in attesa che la sua risoluzione avvenga secondo le laboriose procedure istituzionali.

 

  1. C.C.F. (Child Care Fund): uno degli obiettivi primari di F.S.L. è il miglioramento delle condizioni di vita infantili. L’aggravamento della situazione economica causato dallo tsunami ha peggiorato la situazione sociale e sanitaria dei bambini, spesso malnutriti e quasi sempre incustoditi nell’orario extrascolastico. F.S.L., in collaborazione con il Child Care Fund, ha avviato una serie di iniziative, il programma Happy Hearts, a sostegno dell’infanzia.

4.1.  Insegnamento dell’inglese in una scuola primaria nel villaggio di Kattacherrymedu, una località sulla costa fra le più colpite dallo tsunami.

4.2.  Intrattenimento e cura dei bambini nelle ore extrascolastiche nei villaggi di  Kilikasikudimedu, Kattacherrymedu, Mandapatur, French Nagar, Kilinjelmedu.

4.3.  Intrattenimento ed insegnamento dell’inglese nelle comunità Dalit di MGR Nagar, Paravaipet, Melavenjar.

4.4.   Installazione di piccoli parchi giochi (altalene, scivoli, ecc.) nei villaggi della zona.

Tutte questi progetti comprendono, oltre all’insegnamento e l’intrattenimento, anche attività di educazione sanitaria e la somministrazione, secondo le esigenze, di integratori alimentari ai più malnutriti o denutriti. 

Orphanage construction and carpentry

Infine, presento il progetto del quale mi sono occupato in prima persona, nel ruolo di "project leader." F.S.L. è un’associazione aconfessionale ed apolitica ma assai pragmatica. Collabora, dunque, anche con istituzioni religiose qualora ritenga che la collaborazione sia benefica e coerente coi propri obiettivi. La chiesa cattolica di Karaikal è una delle istituzioni più importanti della zona: la sua scuola elementare, considerata la migliore dai locali, è frequentata anche da molti bambini musulmani ed induisti; il suo orfanotrofio accoglie sia orfani, sia 13 bambini di famiglie povere ( i genitori visitano i figli ogni domenica). F.S.L. ha offerto il proprio aiuto alla chiesa per la costruzione di un edificio (adibito a cucina),  uno stabile con toilette e docce. I volontari hanno collaborato alla prima fase della costruzione  in appoggio ai muratori locali, occupandosi principalmente del movimento dei materiali( sabbia, cemento, mattoni ecc.) e della rimozione dei detriti ( a loro volta utilizzati come materiale per la pavimentazione del perimetro esterno della chiesa). La seconda fase, gestita autonomamente dai volontari, è stata dedicata all’imbiancatura delle nuove costruzioni ed alla verniciatura di porte ed infissi: in totale, per ultimare i lavori e preparare le strutture alla consegna, sono stati impiegati circa 15 kg di cementite (fissativo), 100 kg di idropittura, e 15 litri fra fissativo per legno, vernice ad olio e trasparenti sintetici (coppale e turapori). Parallelamente a questi lavori, i volontari hanno collaborato con falegnami ed artigiani locali alla costruzione di 12 letti a castello, 25 banchi e 25 sedie.

Il bilancio dell’intervento è positivo: non solo. infatti, i volontari hanno collaborato efficacemente coi locali alla costruzione, ma hanno altresì lavorato autonomamente quando non erano necessarie arti o qualifiche particolari. La natura del progetto consentiva di valutare con facilità l’avanzamento dei lavori ed acquisire consapevolezza dell’utilità pratica dell’intervento. La concretezza del risultato è stato un motivo di soddisfazione personale per tutti i voontari che hanno perso parte al progetto, e di riconoscenza da parte della comunità locale: quando ho lasciato Karaikal per tornare in Italia, al completamento dei lavori mancava soltanto la verniciatura delle porte-peraltro ultimata poco dopo la mia partenza.

 

Beatrice Massaro

India, Tamil Nadu: 21 gennaio-10 febbraio 2005.

Con la stessa imprevedibilità con cui lo Tsunami è arrivato, ho deciso di partire per l’India.  L’associazione FSL INDIA, partner dell’Oikos, è stata una delle prime ad aprire le porte ai volontari non specializzati, ottenendo ampie risposte dall’Europa, dall’America, dall’Asia e dall’Oceania. Là tante persone come me hanno deciso di partire senza stabilire una data di rientro, e senza sapere di preciso quale sarebbe stato il lavoro da svolgere.

L’imprevedibilità è sicuramente una delle peculiarità che caratterizza questo campo, e non potrebbe essere diversamente, visto lo stato d’emergenza e di provvisorietà in cui vive l’India Orientale, e in generale in cui vivono tutti i paesi del Sud Est Asiatico.

Durante le tre settimane che sono stata in India il numero dei volontari variava da 25 a 12 a 45: partenze e arrivi sono molto frequenti. L’età media è compresa tra i 20 e i 35 anni, ma non sono mancate sprintose persone over 60! Si vive in appartamenti nello stesso edificio; il bagno è alla turca, la doccia fredda, si mangia con le mani e si dorme per terra su di un materasso. Sicuramente c’è bisogno di un po’ di adattabilità, ma chi ha intenzione di intraprendere un viaggio come questo ha sicuramente messo di conto queste eventualità!

Le attività sono decise giorno per giorno, di solito si stabilisce un programma generale del lavoro da fare alla sera, dopo cena, durante l’imperdibile meeting.

Durante il meeting, infatti, vengono decisi i vari turni del giorno seguente e gli orari, ma vengono inoltre condivise le impressioni sulle attività svolte, vengono divulgate informazioni generali e vengono accolte e discusse le iniziative che ogni volontario si sente di dare.

Non sempre i programmi serali, però, vengono rispettati: ecco l’imprevedibilità cui si è spesso soggetti. Ci può sempre essere un ponte che crolla e che c’impedisce di andare alla Community Kitchen; ci può sempre essere un meeting con le autorità governative a cui andare; oppure ci può essere un cambiamento di programma con le maestre di Pattinacherry...

Le varie attività cambiano a seconda di dove c’è bisogno e a seconda di cosa c’è bisogno.

Quando ci sono stata io le due principali attività erano aiutare i muratori a costruire le case temporanee (e quindi passare i mattoni e il cemento, oppure preparare i chiodi..), nonché a decorarle con pitture una volta ultimate; e lavorare in collaborazione con le scuole giocando con i bambini, insegnando loro attività, distribuendo palloncini o verniciando il parco giochi. Ma ribadisco che ogni attività era soggetta a cambiamenti sia rispetto alle esigenze, sia rispetto alle singole capacità dei volontari. Quando sono partita era in funzione anche la Community Kitchen, un duro turno che prevedeva la sveglia alle 5 del mattino per andare a tagliare verdure per la mensa comune del villaggio di Pattinacherry, il cui cibo era destinato a coloro che erano stati colpiti dal maremoto. Ho sentito dire però che questo turno sarebbe terminato a breve, per cui non so se ci sia ancora.

Persone che provenivano da altri campi, ben organizzati, ma soprattutto abbondantemente collaudati, si sono trovati un po’ in difficoltà perché molto è affidato all’iniziativa del singolo, ma per persone con un po’ di spirito d’intraprendenza e con una buona dose d’adattabilità è sicuramente un’esperienza toccante.

Ritornare alle abitudini di sempre, alla realtà quotidiana, dopo quello che si è visto o fatto, non è semplicissimo.

La lingua comune è l’inglese, il caldo è paragonabile a quello delle nostre estati (30°-35°), l’emozione, invece,  è qualcosa che difficilmente si può raccontare:  si può soltanto vivere.

 

  Cristina Marcato e Riccardo Guerrini

Domenica 13.2 abbiamo avuto l'incontro  con Damien, uno dei responsabili dell'F.S.L. il quale ci ha illustrato i progetti e mostrato le foto dei villaggi.

La città di Karaikal non è stata danneggiata direttamente poiché si trova a qualche chilometro dal mare. Sono stati colpiti invece i numerosi insediamenti di pescatori sulla spiaggia.

I villaggi in cui abbiamo lavorato per due settimane sono Karaikalmedu e Killinjelmedu. A Killinjelmedu su una popolazione di 2344 abitanti le famiglie che hanno subito danni sono 620, i morti 22 di cui 12 bambini travolti dalla forza dell'onda. Un uomo ci ha raccontato di aver ritrovato suo figlio vivo a un chilometro da casa. I villaggi sono agglomerati di casupole in muratura e capanne di bambù ricoperte di foglie di palma intrecciate ma quest'ultime sono più frequenti nei villaggi agricoli dell'interno.

Pare che i pescatori prima dello tsunami non stessero male anche se il Golfo del Bengala non è così pescoso come il mar Arabico. Ora, malgrado che alcune barche nuove brillino di vivaci colori lungo le spiagge, nessuno va più a pescare per paura.  Le spiagge quindi sono desolate distese di macerie di case e   tempietti, escrementi, magnifiche conchiglie. Ogni tanto si trova qualche tridente conficcato nella sabbia, simbolo di Shiva, il creatore e distruttore. Normalmente gli uomini passano le giornate nell'ozio ma si vede qualcuno tirare le reti dalla spiaggia oppure cercare granchi tuffati nei fangosi canali dell'entroterra.  Nei villaggi l'acqua viene approvvigionata da qualche fontana, non c'è raccolta di spazzatura ne' un sistema autonomo di smaltimento.
I rifiuti vengono gettati lungo la strada, ciò che è commestibile viene mangiato da capre, mucche e cani il resto viene ogni tanto bruciato. Le strade, gli spiazzi verdi e i canali di scolo dell'acqua sono  ingombri di spazzatura non degradabile che procura ferite ai piedi e relative complicazioni (camminano scalzi). Fortunatamente non ci sono rifiuti in vetro e anche la plastica non è così massicciamente presente come da noi.

I lutti e i danni materiali sono presenti in quasi tutte le famiglie e molti sono stati provvisoriamente stipati prima in tende di fortuna e poi nelle prime capanne costruite con  bambù legato con corde di fibra di cocco ricoperto di ondulina di cartone catramato. La costruzione di queste capanne provvisorie non è ancora terminata (non ci sono pale nè martelli, si scava con i gusci delle noci di cocco) e molte famiglie sono ancora costrette a convivere.   Alcuni hanno costruito delle capanne ai margini del paese o alloggi con quel che  è rimasto della propria casa. Sono stati costruiti dei bagni pubblici ma in pochi li usano e pare che qualcuno ci abbia installato la cucina.

Lo tsunami ha sconvolto equilibri e consuetudini e rischia di creare danni durevoli intergenerazionali.
Molti bambini sono rimasti scioccati soprattutto i più piccoli e quando vedono il mare piangono, alcune scuole sono state distrutte e i bambini sono stati riuniti nell'unica rimasta, che frequentano a turni.
La situazione dei paesi agricoli dell'immediato entroterra rischia di diventare ancora più drammatica. L'onda ha invaso i terreni coltivati a riso e ha distrutto le piantagioni. Il sale rimasto rende questi terreni, un tempo fertili, assolutamente inutilizzabili e ancora non si sa per quanti anni. I braccianti, già poveri (sostengono di prendere una paga di 20 rupie al giorno - circa 40 centesimi di euro - mentre il governo ha stabilito il salario minimo di 80 rupie al giorno), poco toccati dagli aiuti umanitari, rischiano ora, in mancanza di alternative di lavoro, la fame. E' stata fatta una distribuzione di riso e lenticchie in un villaggio di agricoltori, utilizzando i fondi di una donazione, ma non è niente.

L'F.S.L. ha in progetto di creare una cooperativa femminile che si occupi di costruire sacchetti con la carta di giornale (in India sono molto usati) per venderli ai commercianti di Karaikal a un prezzo concorrenziale rispetto alla plastica formando un processo virtuoso che da i soldi nelle mani delle donne, che, preoccupate per la prole, sono buone amministratrici dei bilanci familiari, e che diminuirebbe la produzione di scarti di plastica che l'India non è organizzata a riciclare.

Nelle due settimane che siamo rimasti a Karaikal, dove era la nostra base, abbiamo collaborato alle costruzioni, organizzato animazioni con i bambini dei villaggi, iniziato un progetto di educazione ambientale in collaborazione con le scuole, confezionato e distribuito delle razioni di riso e lenticchie, organizzato una giornata al mare per i bambini di un orfanotrofio, prodotto un servizio fotografico di un villaggio di agricoltori con lo scopo di organizzare una o più mostre per raccogliere fondi. Per quanto riguarda lo stile di lavoro abbiamo riscontrato una certa improvvisazione. L'emergenza tsunami ha inevitabilmente costretto l' F.S.L. a improvvisare un apparato organizzativo importante in pochissimo tempo. L'esperienza per noi è stata comunque molto positiva perchè ci ha concesso di instaurare relazioni umane, per quanto brevi, comunque profonde e solidali e di conoscere realtà umane, sociali e culturali più da vicino.

Consigliamo ai volontari che vogliano partire di avere pazienza, iniziativa, umiltà, cooperativismo.

Saluti a tutti e buon lavoro

ara dalla Sega

Ho trascorso un mese, dal 9 aprile al 9 maggio del 2005, in India come volontaria, e più precisamente nella regione del Tamil Nadu (Karaikal) colpita dallo Tsunami del 26 dicembre ’04. 
Il primo impatto è stato traumatico, la realtà superava ogni aspettativa, tanto è vero che la prima settimana ho avuto più volte la tentazione di venire via.

Fortunatamente le persone che ho incontrato mi hanno aiutato a superare questi primi giorni e ad abituarmi ai tanti disagi che la situazione presentava, come dormire sui pavimenti.

Per qualche giorno ho lavorato a dipingere le capanne dei pescatori, poi sempre grazie al dottore che gestisce il campo FSL ho avuto l’opportunità di prestare servizio all’orfanotrofio dei bimbi disabili.

La situazione di questo orfanotrofio è molto critica, manca tutto dalle medicine ad un piccolo gioco, ma è anche vero che basta un sorriso per rendere la loro vita meno grigia.

Io mi sto organizzando per tornare con aiuti di ogni genere spero che ci sia sempre più gente disponibile ad aiutare questa popolazione.

 

 

   Clara Di Dio

Karaikal è una piccola cittadina di 15.000 abitanti. Lo tsunami si è rivelato particolarmente devastante qui poiché diversi villaggi satellite di Karaikal sorgono a pochi metri dal mare e sono abitati quasi interamente da pescatori e dalle loro famiglie, l’onda ha fatto molte vittime in questi villaggi, ha distrutto buona parte delle barche e delle reti, e ha raso al suolo le fragili capanne di questi centri. Buona parte del lavoro dei volontari si concentra in queste zone ed è finalizzato a dare diverse forme di sostegno ai pescatori e alle loro famiglie. Oltre  ai danni direttamente imputabili allo tsunami, a Karaikal ci sono diverse altre situazioni che giustificano la presenza di volontari: come quasi ovunque in India ci sono molti orfani e spesso le strutture d’accoglienza non sono adeguate; vi è inoltre la necessità di insegnare l’inglese a bambini e adolescenti, poiché molto spesso le insegnanti conoscono solo il tamil e, in ogni caso, non tutti i bambini hanno il privilegio di andare a scuola.

I progetti a cui ho collaborato sono i seguenti:

-   Boat Construction. Dalle 9 alle 12, 30 del mattino, un gruppo di volontari si recava in un cantiere navale a pochi chilometri dalla città e collaborava alla costruzione di barche da pesca.  Dal punto di vista umano è stata un’esperienza molto positiva poiché gli operai ci hanno accolto con molto calore. Dal punto di vista pratico ritengo però che il contributo di noi volontari fosse più che altro morale, poiché spesso finivamo con il rallentare il lavoro anziché velocizzarlo.

-    Insegnamento dell’inglese e animazione nelle scuole. Personalmente mi sono occupata di una scuola materna situata in uno dei villaggi di pescatori di Karaikal.  Scopo del progetto era quello di insegnare  parole e semplici frasi in inglese ai bambini, usando i colori, gli animali, le parti del corpo. Ho trovato questo progetto particolarmente coinvolgente: i bambini erano davvero meravigliosi ed erano piuttosto stimolati dalla nostra presenza. La maggiore difficoltà restava il fatto di non avere un interprete: la maestra della classe non parlava inglese e i bambini, essendo così piccoli, facevano fatica a farsi capire da noi. Questa difficoltà nel comunicare è stata molto frustrante. Abbiamo più volte fatto presente ai nostri supervisori indiani che c’era un effettivo bisogno di un interprete ma non abbiamo ottenuto nulla.

-    Insegnamento dell’inglese  e animazione nei villaggi dei pescatori. Ci recavamo nel pomeriggio in tre diversi villaggi in cui cercavamo di insegnare l’inglese ai bambini e gli adolescenti del posto. L’insegnamento dell’inglese avveniva sotto forma di semplici giochi. Anche qui il maggior disagio era costituito dall’impossibilità di avere un interprete. Avremmo potuto fare molto di più se, almeno ogni tanto qualcuno in  grado di parlare tamil e inglese ci avesse accompagnato.

-    Orfanotrofio per bambini disabili. Questo è stato il progetto che mi ha maggiormente coinvolta e messa in gioco. Il nostro lavoro in questo istituto  riguardava sostanzialmente l’assistenza dei bambini ospiti e il tentativo di migliorare le pessime condizioni di vita che offriva l’istituto . Si trattava di lavarli, di portare loro da magiare, di cercare di capire se erano malati…. L’istituto è un posto scioccante: sporco e buio e gestito da un direttore che chiaramente usa la maggior parte dei fondi per sé stesso anziché per i bambini. I volontari sono davvero utili in questo progetto poiché ai bambini mancano cose basilari come il cibo e la pulizia.  I bambini imparano subito a conoscerti e ti aspettano: sarebbe davvero importante garantire loro una certa continuità  anziché inviare volontari che dopo una settimana partono.

Il bilancio complessivo dei progetti è sicuramente positivo, vorrei però aggiungere alcuni aspetti che non mi hanno convinto molto.

Il ricambio continuo di persone ha creato diversi aspetti negativi: il lavoro era rallentato poiché il volontario che arrivava la prima volta doveva imparare tutto da capo ed è stato difficile creare un rapporto saldo con i bambini, che erano piuttosto disorientati da questo continuo turn over.

Un altro aspetto negativo è stato l’organizzazione dei trasporti.
Si perdevano ore  e ore ad attendere la macchina che ci doveva portare a lavorare perché l’autista si dimenticava quotidianamente di parte di noi.
Credo che  al momento in cui ho lasciato il campo si stesse cercando di migliorare la situazione.

L’ultimo commento negativo riguarda il contributo richiesto dall'organizzazione locale ai volontari. Dopo pochi giorni nel campo  si è diffusa la sensazione che un contributo di 70,00  euro a settimana non fosse giustificato né dal materiale acquistato per i progetti , né dalle spese per il nostro mantenimento ( compresi trasporto e affitto della sede).

A parte questi aspetti negativi, che in ogni caso sono stati marginali, lavorare a Karaikal è stata un’esperienza meravigliosa  e particolarmente ricca dal punto di vista umano. I volontari per primi si sono dimostrati persone straordinarie ed è stato davvero un piacere lavorare  fianco a fianco con tutti loro. In secondo luogo, partecipare ai progetti ci ha portato ad immergerci letteralmente nella quotidianità indiana  e ci ha costretto a  smettere di guardare e giudicare le cose con occhi occidentali.

L’esperienza più toccante è stata quella di lavoro nell’orfanotrofio per disabili.
Mi auguro che ci sia una certa continuità in questo progetto poiché i bambini dell’istituto hanno davvero bisogno di noi volontari. Chiunque avrà l’onore di lavorare con questi bambini scoprirà che sono capaci di dare tantissimo anche solo con lo sguardo.

 

 

Federica Schiaroli

 

Il mio arrivo in India è stato l’inizio di un capitolo davvero unico nella mia vita: 5 mesi lontana da casa, da sola con lo zaino sulle spalle e una voglia dirompente di sperimentarmi e di conoscere un  mondo lontano dalla mia realtà.

Sono partita il primo aprile con il proposito di partecipare al campo lavoro di Karaikal per un periodo di due settimane e poi decidere se fermarmi più a lungo o meno, in base a quanto avessi sentito davvero utile l’esperienza. In quel periodo i progetti erano principalmente: la verniciatura delle case prefabbricate di bianco in modo da renderle un po’ meno calde e più vivibili, la verniciatura, sempre, di una scuola in un villaggio lì vicino, entrare nelle case colpite dallo tsunami per rilevare i danni subiti e compilarne una lista al fine di provvedere, in seguito, a sistemarle, aiutare nella costruzione delle barche destinate ai pescatori, una campagna di sensibilizzazione verso l’uso dei sacchetti di carta invece di quelli di plastica da parte dei negozianti e numerosi altri progetti legati ai bambini di alcuni orfanotrofi e CCF presenti a Karaikal e nei villaggi vicini, dove l’attività principale era giocare con i bimbi e insegnare loro l’inglese. Le attività che ho seguito hanno riguardato un po’ tutti questi progetti e le due settimane sono passate senza quasi che me ne accorgessi. E così ho deciso di strare una terza e poi una quarta. Quello che ho provato nel periodo passato lì e anche adesso che lo sto in un certo senso rivivendo per rendervene partecipe è stato per le prima volta un sentirmi viva e non solo per me stessa e per le persone a cui voglio bene, ma per qualcuno che è nato “dalla parte sbagliata del mondo” e ogni giorno vive nella semplicità più assoluta con una semplicità disarmante. Ogni mattina sono stata contenta di alzarmi (anche se decisamente assonnata) perché sapevo che il solo fatto di essere lì avrebbe fatto sorridere un bambino e forse dopo il nostro passaggio ci sarebbero state notti più fresche per alcune famiglie costrette a vivere in case che non sono più le loro. Prima di partire, ancora seduta sul comodo divano di casa mia pensavo, fantasticavo su quali sarebbero stati i miei compiti nel campo e mi sono immaginata, forse, qualcosa “di più utile” nel senso di più tangibilmente utile e in un primo momento mi sono sentita un po’ critica nei confronti dell’FSL, del loro modo di seguire i progetti e organizzare il lavoro dei volontari e ancora adesso credo che si sarebbe potuto fare di più e meglio, ma poi ripenso all’impegno di tutti quei ragazzi arrivati da ogni parte del mondo, alla felicità con cui ogni giorno siamo stati accolti dalla popolazione e mi sento di affermare che qualcosa è stato fatto e che mai nella mia vita penso di essere stata utile come il mese passato a Karaikal.

La mia esperienza in India non si è però conclusa dopo queste quattro settimane in quanto ho partecipato ad un altro campo lavoro in una zona non colpita dallo tsunami per altre due settimane (con un’organizzazione indiana molto valida che si chiama SEVAI) e in seguito ho percorso in lungo e in largo tutta l’India del sud, vivendo un periodo stupendo della mia vita. Finito questo lungo “peregrinare”, una settimana prima di riprendere l’aereo del ritorno, ho deciso di ritornare a Karaikal, un po’ per vedere come fosse la situazione dopo tre mesi e, nel mio piccolo, dare ancora un aiuto dove possibile. Ho trovato il campo molto diverso: gli organizzatori dell’FSL erano cambiati, c’erano progetti differenti, i volontari ovviamente erano diversi e anche Karaikal stessa aveva subito delle, seppur piccole, modifiche. Un aspetto che mi ha colpito molto è stato vedere le barche dei pescatori al largo, pronte a partire per la pesca, come prima dell’arrivo dello tsunami, cosa che ad aprile quasi non c’era. Ma anche se non c’era nessuna delle persone conosciute mesi prima dopo veramente poco mi sono sentita nuovamente a casa mia, fra amici, come ad aprile. E penso che questo sia dovuto al fatto che la le persone possono essere diverse, i progetti cambiare, ma lo scopo per cui si è lì, la voglia di essere e di sentirsi utile crei un legame fortissimo.

Spero di essere stata di aiuto agli abitanti di Karaikal almeno una piccola parte di quanto loro lo sono stati per me.

 

Giulia Romano

Cosa dire della mia esperienza in India? Un mese indimenticabile, 30 giorni vissuti così intensamente quasi da rendere insignificanti il resto dei 20 anni della mia vita. Perché dico questo? Perché ho avuto l'occasione di conoscere diverse persone da ogni parte del mondo, con il loro bagaglio di esperienze che hanno condiviso con tutti gli altri volontari. Perché ho visto situazioni di vita completamente agli antipodi delle mie concezioni e mi sono abituata ad esse tanto da amarle. Parlo degli Indiani, del loro modo di concepire la vita, il tempo; della loro lentezza nel compiere il proprio lavoro, come se fosse una qualunque attività della giornata; della loro dignità, sempre presente anche nei momenti più difficili.

Adulti e bambini mi hanno dimostrato quanto si può essere felici pur avendo poco. I miei bambini, quelli dell'orfanotrofio nel quale ho lavorato, con i loro corpicini smunti e delicati, mi sorridevano e mi mostravano una forza che non avevo mai conosciuto. Quella forza che ha permesso a questa popolazione di riprendersi velocemente dallo shock dello tsunami e di sorridere sempre e comunque.

Mi mancano i loro saluti cordiali, il loro sbracciarsi alla vista di noi volontari, la loro curiosità per noi "mozzarelle ambulanti". E' stato bellissimo!!!

Devo ringraziare l'OIKOS per avermi permesso di vivere un'esperienza così importante ed avermi dato la possibilità di dare una mano alle popolazioni indiane colpite dallo tsunami. Tuttavia devo dire la verità... chi ha aiutato veramente sono stati gli Indiani stessi ed hanno soprattutto aiutato me... a crescere! Un'ottima esperienza formativa e gratificante!

Grazie a tutti, di cuore!

Lorenzo Fagiano

 

Ho 25 anni e ho partecipato al campo di lavoro in India per due settimane, dal 1 al 15 Agosto. Scrivo della mia esperienza in India cercando di descrivere non tanto le attività vere e proprie svolte al campo, legate a diversi progetti che variano con il tempo, quanto il clima umano riscontrato e il tipo di rapporto instaurato con la popolazione locale e con gli altri volontari. Anticipo subito il giudizio complessivo sull’esperienza del campo: penso che sia un tipo di vacanza-lavoro che arricchisce a vari livelli (culturale, personale quanto ad apertura mentale e riflessione su valori e pesi dei vari aspetti della vita e su modelli di vita diversi dal “nostro”) e non mi viene in mente alcun aspetto negativo, soprattutto sul piano interiore. Non è stata un’esperienza priva di “ombre”, ma queste sono legate a eventi di circostanza avvenuti tra l’altro al di fuori del campo, come spiegherò in seguito. Due settimane sono state decisamente poche per quanto mi riguarda, non ho avuto l’occasione di visitare i dintorni ma vivere e lavorare a contatto con gli abitanti di Karaikal mi ha comunque fornito la possibilità di vedere il loro stile di vita, le loro abitudini e capire, nei limiti del possibile, la loro mentalità.

Per dare un ordine logico alla descrizione della mia esperienza ho suddiviso il resoconto in tre paragrafi, relativi al viaggio di andata, alla permanenza nel campo e al viaggio di ritorno.

Viaggio in India

Sono partito a fine Luglio e avrei dovuto fare scalo a Bombay per proseguire per Chennai (circa 300 km di distanza dal luogo del campo di lavoro). A causa del monsone in quel periodo che ha causato notevoli disagi, il mio volo è stato deviato da Bombay su Delhi, dove la compagnia aerea mi ha pagato albergo di lusso con colazione e pranzo. Ho così potuto toccare con mano la forte differenza, in India, tra chi è benestante e la maggior parte della popolazione: tale contrasto è molto più accentuato che in Italia o negli altri paesi occidentali ed è stato evidente appena usciti dall’Hotel, sulla strada per l’aeroporto di Delhi. Le strade nelle città e nei villaggi indiani sono un calderone di persone, attività, mezzi di ogni tipo che fluiscono accompagnati da un’orchestra di clacson (il clacson è la principale regola del codice stradale indiano, ammesso che ve ne sia uno). Lungo le strade si vedono persone di ogni genere e mestiere e l’impressione che ho avuto in tutte le città in cui sono passato (Bombay, Delhi, Chennai e infine Karaikal) è quella di comunità vive, le cui attività si svolgono principalmente in piazze e strade e che ti accolgono con entusiasmo. Non bisogna in ogni caso mai abbassare la guardia, soprattutto nelle grandi città è molto facile incontrare truffatori e ladri ma con un minimo di attenzione si riesce a godere della vitalità della maggior parte delle persone senza incorrere in spiacevoli episodi. Una volta effettuato il volo da Delhi a Chennai, ho percorso l’ultimo tratto di viaggio in autobus, ho preso il più economico e ho viaggiato di notte, arrivando a destinazione alle 3 del mattino di Lunedì 1 Agosto. Nell’autobus ero l’unico non indiano ed è stato un’assaggio della situazione in Karaikal, dove l’unica presenza straniera è costituita dai volontari. Una volta arrivato a destinazione, mi sono trovato in una cittadina dove sul ciglio della strada le persone dormivano insieme a mucche e capre, in un ambiente caldo e umido con condizioni igieniche molto precarie. Ho girato un po’ lungo la strada principale del paese e infine, molto stanco, mi sono deciso a suonare alla porta di un’albergo, il gestore che dormiva sul pavimento si è alzato e mi ha dato una stanza in cui ho riposato fino alle 9 del mattino circa, quando mi sono finalmente recato alla sede locale di FSL India.

Il campo di lavoro

I volontari alloggiano in due edifici, di cui uno è la sede principale dove si svolgono le riunioni di orientamento e di aggiornamento dei progetti. Questi riguardano attività di vario tipo, dal sociale (insegnare inglese ai bambini, fare animazione, curare e seguire i bambini di un orfanotrofio) al fisico/manuale (aiutare a costruire nuove barche per i pescatori, scavare il terreno in alcuni campi impregnati di sale, dipingere e risistemare un orfanotrofio). Ogni settimana i volontari decidono quali attività svolgere al mattino e al pomeriggio, a seconda delle proprie preferenze e di eventuali esigenze. Volontari che rimangono relativamente a lungo (più di due settimane) sono incoraggiati a seguire lo stesso progetto e farsene portavoce per riferire al responsabile di FSL come il progetto si evolve e quali sono le necessità di materiali e risorse.

Dopo aver provato a partecipare ad alcuni progetti legati ad attività con i bambini ho deciso di dedicarmi a qualcosa di più manuale, in quanto mi sentivo decisamente più utile: ho avuto infatti l’impressione che i bambini dei villaggi circostanti non avessero bisogno di qualcuno che li facesse giocare e per quanto fosse divertente farsi assalire, farli volare per aria e insegnare loro qualche nuovo gioco ho pensato che le mie energie fossero spese meglio aiutando alcuni indiani a dissalare il terreno al mattino e dipingendo l’orfanotrofio al pomeriggio. Un discorso diverso si può fare probabilmente per i progetti che riguardano l’insegnamento ai bambini, a cui non ho partecipato. Il lavoro nei campi avveniva a stretto contatto con gli indiani, con cui si cercava di comunicare a gesti e con qualche parola di inglese (non tutti lo parlano a Karaikal, in particolare nessuno dei lavoratori nei campi). Il tipo di lavoro che ho fatto mi lasciava la mente libera di riflettere sulla stranezza del trovarmi in quel posto, sotto il sole, insieme a persone provenienti da tutto il mondo; ben presto ho spostato la mia attenzione dall’aiuto alla comunità locale a me stesso e al tipo di esperienza che stavo facendo. L’idea che ho avuto osservando la vita degli indiani del posto e lavorando con loro è che hanno un sistema di valori diverso dal nostro, hanno un maggiore riguardo per le persone che li circondano e un minore attaccamento ai beni materiali e in generale non ho trovato sofferenza per condizioni di vita che ai nostri occhi sono a volte veramente molto dure. Questo tipo di idee veniva meno pensando ad esempio alle condizioni dei bambini di un’orfanotrofio in cui era possibile svolgere un progetto (mal nutriti, tenuti in condizioni igieniche molto precarie, chiusi sempre nella stessa stanza), o alle condizioni delle donne (tutt’altro che emancipate). Una domanda ricorrente nella mia testa riguardava quanto fosse opportuno giudicare lo stile di vita locale con parametri “occidentali” e basarsi su tale giudizio per “decidere” di cosa avessero bisogno quelle persone. Non esagero dicendo che mi è parso che le persone con cui sono venuto a contatto fossero meno spaventate dalla morte rispetto a me, non avessero fretta di fare le cose che dovevano fare (a testimonianza di questo è da citare l’inefficienza organizzativa in molti progetti) e fossero in un certo senso apatici nei confronti del mondo intorno a loro, grazie probabilmente a una serenità interiore che deriva da una spiritualità che in occidente tendiamo a non avere.

Il lavoro all’orfanotrofio non era a stretto contatto con la gente del luogo, se si escludono i bambini di una scuola vicina che venivano a curiosare e a salutare. Karaikal non è località turistica e i volontari sono al centro dell’attenzione in quanto rappresentano una notevole novità per gli indiani, che cercano costantemente un contatto, un gesto di saluto, due parole in inglese (sempre le stesse domande “come ti chiami”, “da dove vieni”, “come stai”…).

Colazione, pranzo e cena si svolgono nella sede principale di FSL e sono le occasioni (insieme alla serata dopo cena, di solito sul tetto dell’edificio, una volta alla settimana in spiaggia) per conoscere e approfondire i rapporti con gli altri volontari. Durante il mio periodo di permanenza al campo erano presenti una trentina di volontari, di cui più di un terzo italiani. Si creano rapporti più o meno stretti, si scherza, si scambiano impressioni sui progetti e idee su argomenti di ogni tipo. Ci si affeziona facilmente a persone che penso abbiano tutte qualcosa di simile già solo per il fatto di passare parte o tutte le loro vacanze nel campo, adattandosi a vivere in condizioni inusuali e non sempre agiate. Molti volontari sono in viaggio da soli e questo amplifica ulteriormente la voglia di conoscere e allacciare rapporti, del cui futuro al di fuori dei confini geografici e temporali del campo mi interrogo tuttora, cercando di capire quanto della similarità percepita in quelle circostanze è autentica e destinata a non venire meno al ritorno nelle proprie realtà “originarie”, a volte molte diverse.

Ritorno in Italia

Durante il viaggio di ritorno ho avuto occasione di visitare Chennai per un giorno (sono arrivato in città alle 5 del mattino e avevo il volo alle otto di sera per Bombay), è stata una giornata particolare in quanto trascorsa quasi intermente in compagnia di un guidatore di rickshaw con cui sono andato in spiaggia, a visitare il tempio principale della città, al mercato, allo zoo. Abbiamo fatto colazione e pranzo insieme e ho cercato di parlare con lui con quel poco inglese che sapeva. Ha 30 anni, abita da sempre a Madras e il luogo più lontano che ha visto è Pondicherry, ha due figli e una moglie di 26 anni. Gli ho chiesto se è felice della sua vita e mi ha detto di sì, gli ho chiesto di sua moglie e ha risposto “il matrimonio è combinato”. Mi ha portato all’aeroporto e alle undici di sera circa sono arrivato a Bombay. Qui ho preso un taxi per l’aeroporto internazionale, un po’ troppo avventatamente sono salito su un’auto senza chiedere in anticipo il prezzo del tragitto, dopo cento metri ho chiesto quanto fosse la tariffa, mi è stato dato un foglio su cui era indicato 2100 rupie (circa 40 euro). Ho chiesto di scendere e l’uomo che sedeva a fianco del tassista mi ha detto che dovevo comunque pagare il prezzo per l’aeroporto, abbiamo litigato e quando ho provato a uscire dal taxi mi sono accorto che mancava la maniglia per aprire la porta dall’interno, ho tirato un pugno contro la porta, lui mi ha afferrato il braccio e abbiamo continuato a urlare finchè gli ho dato i soldi che chiedeva e mi sono fatto portare a destinazione, gonfio di rabbia per la truffa subita, quel tipo di situazioni che vedi nei film e non pensi che possano mai capitarti davvero. Questa è la principale “ombra” sulla mia esperienza a cui mi riferivo inizialmente. Mi sento quindi di consigliare a chi ha intenzione di recarsi in India di non abbassare mai la guardia, anche se la gran parte delle persone è sinceramente amichevole e disponibile.

Per rafforzare il giudizio positivo sull’esperienza svolta dico ancora che sono tornato con la scomoda sensazione di avere ricevuto più di quanto ho dato, forse a causa del periodo troppo breve trascorso al campo. Ho lavorato cercando di dare il meglio ma quello che ricordo maggiormente e su cui rifletto è l’incredibile mole di sensazioni, spunti di riflessione, spaccati di vita della gente del posto e degli altri volontari che mi ha colpito in pieno, la fatica fatta nel lavoro è un prezzo molto basso e pagato volentieri per tutto questo. Questo è stato il mio primo campo di lavoro e non so se è normale che si riveli un’esperienza così carica di significato, forse dipende molto anche dalla predisposizione personale di chi partecipa al campo. Di nuovo mi sento di consigliare questa esperienza a chiunque sia in grado di adattarsi un minimo e non abbia paura di aprire la mente a un mondo di domande e dubbi con cui mettere alla prova se stessi.

 

 

Luca Fusoni

 

Sono un  34enne di Cavalese (Tn) piccolo paese di montagna della Valle di Fiemme.
Ho partecipato con Tomaso, anch’egli di Cavalese a una brigata di lavoro volontario previsto per il post-tsunami dal periodo 31.05 al 20.06 in collaborazione con l’associazione FSL- INDIA.

L’India è un paese molto affascinante, forse tra i più interessanti che ho visto in vita mia.

Ho cercato, con proposito di crearmi meno aspettative possibili  su ciò che stavo affrontando, per poter affrontare di petto e toccare con mano le diverse situazioni che man mano susseguivano. Al centro dei volontari ogni sera si discuteva sulle attività da intraprendere il giorno successivo. Ritengo personalmente che alcuni progetti fossero di poca utilità e l’organizzazione un po’ inadeguata in alcune occasioni. Trovo giusto non farsi molte illusioni prima di affrontare un  esperienza simile, ma credo anche necessario valutare le proprie risorse e indirizzare i propri sforzi e impegni a seconda di esigenze e bisogni ben identificati. Non capivo come e su che base alcune attività venissero scelte, e , nonostante le mie ripetute domanda, e un quesito che tuttora mi risulta irrisolto. Uno, e a volte due membri del FSL presenti al centro arano troppo pochi per coordinare e organizzare l’attività di 25 o 30 volontari, troppo pochi per interagire tra noi e la popolazione locale colpita. E’ altrettanto vero che molto dipende dalla propria creatività, iniziativa e spirito, ma obbiettivamente vi erano degli ostacoli come la difficile comunicazione, problemi dovuti alla differenza di cultura, di costumi e tradizioni che impedivano un regolare e omogeneo svolgimento delle attività lavorative.

Queste sono alcune delle mie personali osservazioni che non ho voluto dimenticare di trasmettere, ma che non rovinano la mia esperienza. Tutto ciò non scalfisce la mia ammirazione per questo popolo eccezionale e per la sua bellissima terra.

Sono i rapporti umani e le profonde relazioni personali che ho avuto la fortuna di tenere che fa dell’India del Sud un paradiso di grande umanità e di emozioni forti. L’India non ha bisogno di noi, piuttosto noi abbiamo bisogno dell’India. W L’India.

 

Cristiano Bassanini

Ho venti anni e vivo in provincia di Lodi, ho partecipato ad un campo di lavoro di ricostruzione post tsunami a Karaikal, nello stato di Pondicherry, in India meridionale.

Ho trascorso lì due fantastiche settimane ad aprile, che come prevedevo sono passate troppo in fretta. Il gruppo era formato da volontari provenienti dall’Europa e dagli Stati uniti. La sistemazione è stata molto spartana: gli alloggi consistevano in appartamenti con bagno in comune, e bassi materassi come giaciglio, tutto questo, unito al cibo rigorosamente indiano (piccantissimo!) ha reso, a mio avviso ancora migliore quest’esperienza: per una volta noi viziati occidentali abbiamo condiviso (ma solo da questo punto di vista) le usanze di quel fantastico popolo che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere.

Il lavoro era organizzato a piccoli gruppi di 3-4 volontari per progetto, e i progetti spaziavano da pitturare delle baracche di bianco ad attività ludiche e formative con bambini in scuole e orfanotrofi, nonché progetti, quale quello che ho seguito per quasi tutta la mia permanenza, di riparazione delle aree danneggiate dallo tsunami. In particolare io ho lavorato a fianco di circa cento indiani per il ripristino di un canale di irrigazione.

Purtroppo devo confermare ciò che altri volontari hanno constatato: ciò la scarsa organizzazione e gestione della risorse umane dell’associazione partner, l’FSL. Con ciò non voglio criticare, mi sono reso conto della difficoltà dei membri dell’associazione (spesso addirittura più giovani di noi volontari...) di gestire una situazione così complessa come quella che mi si è presentata, resa gravosa dagli impedimenti burocratici, dalla mancanza di infrastrutture, quali le fognature e un sistema di smaltimento rifiuti (che mi parso una problema gravissimo e generale in India) e non ultimo dai problemi di salute e altri imprevisti di noi stessi volontari. Inoltre essendo numerosissimi i progetti nell’area di Karaikal (che comprende parecchi villaggi) è molto difficile gestire un elevato (per fortuna!) numero di volontari. E spesso capitato di partecipare a progetti a nostro avviso di scarsa utilità o comunque decisamente poco impegnativi, oppure succedeva di trovarsi i villaggi fino a sera perché nessuno veniva a prenderti...  molto spesso durante la mia permanenza mi sono sentito poco utile, e come me anche altri volontari, ma del resto non si può dimenticare di essere in India e prendere troppe iniziative senza consultare l’associazione  (che è indiana), potrebbe anche significare andare contro alle loro tradizioni per imporne delle nostre, giuste solo dai nostri comodi e semplicistici punti di vista e applicabili nei nostri ricchi stati.

In compenso, però,  sono rimasto folgorato dalla cordialità, dalla gioia di quelle persone.  E questo mi ha veramente colpito.  Solo per questo vale la pena di fare un’esperienza del genere. Ho vissuto a stretto contatto con la realtà indiana, senza essere solo turista, ho avuto la fortuna di condividere del tempo con famiglie indiane e ho anche assistito ad un rito hindu.
La gente, specie i bambini, è fantastica e mi ha dato grandi lezioni di vita e dignità.  Davanti a queste cose la scarsa organizzazione dell’FSL passa in secondo piano, anzi, grazie anche ai piccoli imprevisti ho vissuto esperienze che mi rimarranno a lungo e ho stretto amicizie (sia coi volontari che con la gente del posto) che sto tuttora coltivando. Sono contentissimo di aver partecipato a questo campo di lavoro, e consiglio a chiunque di parteciparvi, lasciando ovviamente a casa pregiudizi e manie di grandezza, ma portare idee, e perché no, anche qualsiasi strumento da lavoro o materiale didattico, per i quali o bambini vanno matti. Poi la vita lì negli appartamenti dei volontari è bellissima: libera, insieme a persone interessanti e di varie nazionalità.
Il modo migliore per conoscere culture diverse, perfezionare la lingua (che è l’inglese) e approcciarsi al mondo del volontariato.
 



Adriana Castagnoli,  Enzo Pacini

 

La nostra esperienza si è limitata a due settimane nel periodo che andava dal 25-7 al 7 agosto , con sede a Karaikal (Tamil Nadu), in compagnia di un folto gruppo di volontari italiani.           
L’esperienza, dal nostro punto di vista, è stata globalmente positiva, occasione per avvicinare un popolo ed una realtà estremamente affascinanti, peraltro da una posizione privilegiata, vivendo a stretto contatto con la popolazione, con filtri senz’altro minori rispetto ad una qualsivoglia forma, anche “ruspante”, di turismo.

Quelli che a prima vista appaiono come punti di fragilità di tutto il campo sono, a nostro avviso, :

 

- i periodi di permanenza dei volontari che avevano una durata di due settimane risultavano troppo brevi, che tra l’altro collidono con la contemporanea presenza di volontari di lungo periodo (da 1 mese ad un anno). Inoltre, non essendo rispettate le date di inizio dei turni (lunedì), il continuo di arrivi e partenze, scombussolavano  durante la settimana la pur fragile programmazione.

 
-la mancanza di una selezione dei volontari, sia in base alle competenze che alle motivazioni/aspettative: provoca necessariamente difficoltà
nell’assegnazione e nell’attuazione dei progetti.

- l’assoluta mancanza di una progettazione, sia a priori che ex post, elemento irrinunciabile di qualsiasi intervento in ambito sociale; coordinamento e gestione del campo deboli: vedi problemi nati per i trasporti, per i turni di pulizie, ecc.

Nel periodo della nostra permanenza era sicuramente terminata la fase di emergenza e, dovendo iniziare ad intervenire su situazioni non direttamente conseguenti dall’episodio di tsunami, si notava la necessità di progetti più strutturati, con garanzie di continuità sia per la durata che per la presenza di personale preparato e motivato. Questo non è avvenuto: nonostante le regole richiedessero di scegliere i progetti e portarli avanti per almeno una settimana, quasi ogni giorno i volontari saltavano da un progetto all’altro, vuoi per esplicite richieste da parte dei responsabili di progetto, vuoi perché alla prova dei fatti chiunque poteva scoprire di non essere in grado di portare avanti certe cose. Data l’assoluta mancanza di selezione e la scarsa informazione che stavano alla base della partecipazione, non mi sento di colpevolizzare nessuno; questo è stato invece spesso occasione di tensione e di discussioni fra i volontari.
Un gruppo di lavoro così vario e composito richiede senza dubbio un coordinamento in grado di imporre una direzione al campo e ai singoli progetti, non si può pensare che tutto sia affidato al “buon cuore” dei partecipanti o, peggio ancora, ritenere che in quanto volontari ci si possa permettere di venir meno agli impegni presi.

Quello che riteniamo valga la pena chiedersi è:
1) quale sia l’efficacia dei vari interventi;
2)
quale sia il punto di vista dei residenti, intendendo con questo sia i diretti beneficiari, che il personale dell’associazione ospitante;

Molto probabilmente l’effettiva ricaduta della nostra presenza è stata scarsa; ci è stato detto che a partire da settembre avrebbero accettato solo volontari a lungo periodo, ma questo, a nostro avviso,  risolverà solo parte del problema, perché risulterà ancora più evidente la mancanza di una salda tenuta del campo e di un coordinamento appropriato.
Altre cose andrebbero affrontate, per esempio, nei progetti di animazione nei villaggi, non è pensabile di agire solo a gesti, sarebbe stato necessario avere degli interpreti, visto che la maggioranza della popolazione parla solo Tamil.
La seconda domanda vorrei farla ai compagni di campo, per capire se qualcuno è riuscito a percepire qualcosa. E’ vero che sia i bambini nei villaggi che i loro genitori erano sempre sorridenti, ma molto probabilmente questo accadrebbe in ogni contesto e latitudine. All’interno del progetto Land Reclamation i volontari lavoravano fianco a fianco con i contadini, e anche nella Boat Construction , ma per esempio su altri progetti i volontari avevano la sensazione di essere superflui ( es. orphanage construction).
Anche i rapporti con la direzione del campo sono stati pacifici, ma spesso sembrava di ragionare e agire su due piani paralleli che forse non si sono mai incontrati. Qualunque esigenza o difficoltà segnalata nella riunione serale difficilmente veniva, non dico risolta, ma spesso neanche affrontata, e questo sia da parte del personale indiano che di quello europeo, quindi non vale neppure l’alibi della differenza culturale.

In conclusione, pur ribadendo la positività della nostra esperienza, forse vale la pena cercare, se possibile, di approfondire alcuni aspetti con l’associazione ospitante, per sfruttare in modo proficuo l’apporto dei volontari ed evitare di sprecare energie preziose.

 

>>>VAI ALL'INDICE DEL SITO

Sito creato da Avena Marco, approccio olistico1 transpersonale2.