La psicologia analitica di Jung, pur essendo, come la psicoanalisi di Freud, un prodotto del tardo Romanticismo (H.F. Ellenberger, 1976) rifiuta, però, l’eredità positivista che la psicoanalisi aveva accettato insieme allo scientismo e al darwinismo. La psicologia analitica di Jung ha quindi una matrice filosofica diversa, basata sulle fonti originali della psichiatria romantica e della filosofia della natura. Non a caso il Premio per la letteratura che Jung ricevette nel 1932 dalla città di Zurigo citava:
“Grazie a lui la “psicologia senz’anima” del diciannovesimo secolo è stata superata” (Neue Zurch. Ztg. N. 2202, 26 novembre 1932).
Jung si occupa di un campo dell’animo umano – del quale i sogni sono manifestazioni fondamentali – che sta a mezza strada tra la religione e la psicologia. La sua concezione dei sogni trascende l’antica distinzione tra interpretazione profana ed interpretazione religiosa.
Così Jung definisce il sogno:
“Un’autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica. Questa concezione contrasta con la formula freudiana solo in quanto rinuncia a dare una formulazione precisa del senso del sogno e, pur affermando che il sogno è una rappresentazione simbolica di un contenuto inconscio, lascia in forse il problema se questi contenuti siano anche sempre soddisfacimenti di desideri” (Jung, 1916-1948, p. 282).
Artemidoro, nel tentativo di rintracciare l’etimologia del termine sogno (όνειρoσ), lo fa derivare da τό όν (ciò che è) e da είρειν (dire). Ne deriva che il sogno è quello che dice il vero, ciò che è. Freud non seguirà questa impostazione e riterrà che il sogno abbia una facciata non veritiera, usata come maschera alla verità. Per Freud il sogno svela pensieri e desideri irrazionali, tali da richiederne una censura. Il sogno, guardia dei processi del sonno, appare intimamente bizzarro a causa del suo messaggio latente censurato. A tale considerazione Jung risponde criticamente citando quei sogni che portano dolore e affetti così intensi da svegliare colui che sogna. I sogni non sarebbero quindi i guardiani del sonno, essendo essi stessi, saltuariamente, i principali disturbatori dello stesso.
Jung segue l’indicazione data da Artemidoro affinché il sogno manifesto venga considerato come il sogno “vero e proprio” e il suo significato, e considera la facciata del sogno nient’altro che l’incapacità di comprenderlo da parte di chi lo osserva. Jung concepisce il sogno come uno svelamento, non un inganno. Il linguaggio onirico è metaforico perché la metafora amplia il discorso, dice una verità più ampia ed evidente di quella manifestata dalla problematica contingente. Il simbolo esprime qualcosa in più di quel che la sua traduzione razionale potrebbe dirci.
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