le antiche pratiche di sogno sociale

Il modello di W. Gordon Lawrence

Il modello della Social Dreaming Matrix è stato ideato da W. Gordon Lawrence e da Patricia Daniel agli inizi degli anni ’80 in seno al Tavistock Institute of Humans Relations di Londra.

Esperto di antropologia, Lawrence si interessa alle analogie nei temi mitologici ed onirici di culture ed etnie differenti. Durante lo studio dell’uso dei sogni nelle tribù primitive, scopre nelle pratiche di sogno sociale diffuse nei tempi antichi una possibile metodica che elaborerà come strumento innovativo di ricerca-azione. Una tecnica di lavoro di gruppo che mette al centro il sogno stesso, il quale diviene il collante che orienta il gruppo verso la realtà istituzionale dalla quale il sogno scaturisce e nella quale il sogno è portato.

L’ipotesi di base del modello della Social Dreaming Matrix è che i sogni che emergono nel gruppo siano in grado di cogliere pensieri latenti nella società, non ancora affiorati alla coscienza. All’inizio Lawrence non inserisce il concetto di “matrice” nel nome, ma i sogni richiedono un setting in grado di fornire uno spazio aperto alle più disparate teorizzazioni, passate presenti e future. La matrice diventa allora lo spazio migliore per ospitare i sogni, da cui può nascere un pensiero nuovo.

La Social Dreaming Matrix può essere definita una metodologia non invasiva di ricerca sui sogni, che rispetta la natura dell’attività onirica perché, anziché stare a giudicare (interpretare) dal di fuori, prevede che ci si immerga nella corrente disorientante del processo matriciale. È la stessa permanenza nel dubbio e nella domanda a permettere una ricchezza creativa utile alla soluzione di problemi che sembrano senza uscita. Sogni, associazioni e amplificazioni realizzano un’atmosfera, nella matrice, che permette il sorpasso dei limiti del pensiero lineare verso una maggiore libertà e velocità dei nessi associativi.

G. Lawrence (1998) denuncia “l’ideologia del sogno individuale” come approccio totalizzante verso la considerazione dei sogni. Tale orientamento, secondo l’autore, sarebbe sostenuto da un mondo terapeutico preoccupato alla conservazione dell’esclusiva sull’interpretazione dei sogni da un lato e dalle difese narcisistiche di una cultura occidentale dove trionfa l’Io, dall’altro. G. Lawrence propone quindi una “ideologia del sogno sociale” basata sulle evidenze dell’antropologia e dell’etnografia, secondo le quali in molte civiltà i sogni parlano innanzitutto della vita del gruppo e da questo vengono riutilizzati come fonte di informazioni sulle vicissitudini della collettività.

G. Lawrence ha lasciato che il mondo accogliesse il Social Dreaming come se fosse un “sistema operativo freeware”, manipolabile e migliorabile da parte di chi lo usa. Ciò ne ha permesso uno sviluppo capillare ed oggi è usato nei campi più disparati, dalla consulenza aziendale allo studio di società complesse, e si è rivelato un importante punto di contatto tra pensiero junghiano e freudiano. Viene usato come possibilità per uscire da empasse organizzative: le corporation si trovano spesso ad operare “alla cieca”, nel senso di lavorare per una mission guardando esclusivamente “avanti”, nelle intenzioni realizzative. Il Social Dreaming permette di entrare in contatto con l’ombra dell’istituzione, rendendo ascoltabili quei livelli di funzionamento mentale che si collocano oltre l’individuo, sui confini emotivi e cognitivi che connettono ricorsivamente individuo, gruppo, istituzione e società.

 

PAGINA 3

Maurizio Gasseau, Marco Avena, Il fenomeno del Butterfly Effect nella matrice di Social Dreaming Modelli di conduzione negli interventi transculturali e nelle organizzazioni RIVISTA GRUPPI - Franco Angeli

 
Dott. Marco Avena

 per informazioni: marco.avena@yahoo.it