articolo pubblicato in giugno 2007 sulla rivista Anamorphosis

SITO: edizioni Ananke, Torino

 

Granada 12-16 giugno 2006

Quest’anno a Granada la composizione del large group sembra avere principalmente due determinanti: la germanica e la latina. Le due paiono partire da presupposti metodologici diversi, rispettivamente: efficientista-pragmatico-scientifico la prima, attenta al rispetto degli orari e all’esattezza delle traduzioni (si propone l’uso del tedesco in quanto in inglese si possono perdere parte del significato delle parole); espressivo-poetico ed emotivo-drammatico la seconda, non curante delle parole né della lingua usata e attenta al clima emotivo degli incontri.

Per quest’ultima, le occasioni socializzanti quali la colazione, l’aperitivo, il pranzo, la cena e il dopo-cena divengono rituali di pacificazione. Momenti di incontro fuori programma che sembrano fare da contraltare alla serietà ed all’impegno richiesto durante le sessioni di psicodramma.

Emerge subito un bisogno che è anche prerequisito fondante dell’esse-ci: poter parlare altre lingue in altri luoghi pur mantenendo la propria identità. Poter lavorare con altre metodiche senza colonizzare o essere colonizzati. Operare in un programma sintetico che alterni i diversi conduttori rispettando i tempi.

Jorg Burmeister ci mostra una Granada che è come un melograno, un frutto speciale, vivo, ricco di semi di vita che illuminano, che sembrano contenere il luccichio del sole, come cristalli o gemme preziose. Una Granada piccolo gioiello dove si incontrano i flussi e le correnti del mondo. Dove ciò che è separato si può unire, come la confluenza dei fiumi nel mare.

Per me l’inizio e la fine sono stati, per un certo verso, coincidenti. Ho iniziato lavorando, nel gioco di role-play, con un uomo palestinese. Con lui sono diventato quel ragazzo che deve passare un check-point per fare una visita medica, e viene rimandato indietro tre volte prima di ottenere il permesso di circolare. E subito dopo mi sono ritrovato con un uomo israeliano, in un dialogo nel quale ci raccontavamo le paure nel passare in un quartiere pericoloso di una città straniera.

Questo l’inizio della mia esperienza a Granada, che si sarebbe poi conclusa fuori, proprio insieme a quel palestinese e a quell’israeliano, i tre del gruppo riuniti nell’aereoporto di Granada dal volo per Madrid, un aereo “sincronico”. E dopo un cappuccino offerto dall’uomo israeliano (che ci mostrava le foto di casa sua), preso insieme ai biscotti che l’uomo palestinese aveva portato dalla sua di casa, discorrendo anche nel dialetto che accomuna entrambe i popoli, ognuno è poi andato per la sua strada. Io a Torino, uno a Israele e uno in Giordania (un viaggio più lungo a causa dei check-point e dell’impossibilità di atterrare in Palestina).

Tra l’inizio e la fine c’è stata la terra di mezzo, quel luogo che abbiamo abitato trovando un nostro posto, onorando la nostra posizione. Qui a Granada la scommessa è scambiarsi storie di parte, passando dalla miopia di una veduta monoculare alla Visione permessa da un ampliamento binoculare. Si tratta di erodere i margini spinosi del conflitto col nemico immaginato, per potersi accordare con gli ingranaggi più umani dell’altro. Un continuo porsi ad ammortizzare gli urti affinchè nessuno si faccia male “giocando” la vita.

Si danno inizio alle “danze” delle realtà di veglia e di sogno, con le ombre che sgusciano da sotto e di lato, le parti “naziste” che si ergono ad autonomie locali, che spingono nella vita di tutti i giorni ad azioni dissimulate, che tramano nel gruppo. Ma esse sono lì, e per quanto la luce cresca di potenza, l’ombra che si crea si fa più delineata e rende il sognatore più debole: il rischio è quello di addormentarsi e perdere i confini tra l’ombra e l’identificazione con essa.

Emerge il bisogno di un dialogo con un altro fuori, la necessità di un confronto che possa farci aggirare l’Io per guardare in faccia l’ombra alle sue spalle, alle nostre spalle. Per descrivercela, per rendencene coscienti; per essere consapevoli dell’altro che siamo e per poter chiedere aiuto all’altro che incontriamo.

Granada è il luogo della riscoperta del nostro passato, l’occasione per sorprenderci delle nostre comunanze di uomini e donne in cammino. Scopriamo così di aver fatto lo stesso percorso, pur essendo giunti da differenti parti del mondo, chi dal mare, chi dai monti. Chi dai deserti dell'uomo, chi dalle risaie dove lavorano le donne.

Iniziano i giochi di incontro tra maschile e femminile, e la donna si fa Tempio che va continuamente costruito dall’Uomo perché venga trasformato dalla natura nel tempo che scorre. Per poi ricominciare ciclicamente la ricostruzione, come rituale di pietre portate sul monte, per mettere insieme una casa che possa contenere la spiritualità e la natura. I sogni portano tante famiglie che si allargano fino a comprendere lo straniero, l’amante, il vecchio.

Le sessioni inducono un ritmo equilibrato ai ricordi che si riattualizzano negli spazi di semi-realtà psicodrammatica, toccati dalle emozioni vive degli invisibili che ospitano. Giunge il momento di contare i morti: ascoltiamo statistiche irreparabili pronunciate come una lenta marcia di guerra. Tocchiamo il limite del reale, sbattiamo contro i confini dell’impotenza.

In Palestina ci sono più bambini che adulti e vecchi messi insieme, e con quale futuro? Sconforto, scoraggiamento e stanchezza prendono il gruppo, lo possiedono nel fango dell’oggettività, lo fanno incontrare con una realtà lontana. A questo incontro il gruppo si difende, cerca di scappare: non vuole essere sotterrato dalle tombe, non riesce a stare sotto quel peso. Ciò determina intolleranza: il relatore viene interrotto, si cerca di fargli cambiare tono, di vivificarlo con la rabbia, gli si chiede affetto. Il gruppo ha bisogno di rassicurazione, di sentirsi dire che andrà tutto bene, che c’è una soluzione, che non è tutto così nero e così sempre. Il gruppo chiede di essere coccolato nella sua infanzia ingenua. Ma la risposta è che non ci può essere riunificazione finchè non c’è una netta separazione:  è la politica che parla, e parla di muri che finiscono per chiudere tutti dentro una trappola!

Si drammatizza subito dopo la depressione di un parto di morte, e saranno gli uomini a cominciare a piangere abbracciando l’amico caro. Le lacrime lavano via la paura di esserci: essere nel mezzo, essere un mezzo che collega opposte rive, tra ciò che sembrava respingersi e invece si attirava.

I partecipanti dell’Europa del nord, gli austriaci ed i tedeschi, sono attirati dall’esperienza psicodrammatica intensa con Greta Leutz. Nonostante questo fascino per l’emozione fortemente espressa, sono gli stessi che più desiderano venga rispettato il programma nella sua tempistica. Le rappresentazioni prendono più tempo del previsto. Diventa sempre più difficile arginare le emozioni: si sente il bisogno di fare nuovi sogni per l’umanità.

Forte si riconosce il richiamo alla matrice-lingua-madre alla fine (alla fine puntuale!) del large group. E’ proprio la madre che chiama e che è chiamata al termine della Granada Academy. Proprio quando sembra che il conflitto nel gruppo stia diventando insanabile, l’amore materno butta di suo seme nel gruppo. La madre arriva (come) in sogno, da un passato (quasi) mitico con due protagonisti dai riverberi fiabeschi: una bambina italiana che diventa la madre di un giovane soldato tedesco. Il nemico che si trasforma – nella magia dell’amore e della morte – in amico. Una mamma trasfigurata nel momento del trapasso, dis-identificata dalla figura della propria genitrice biologica. Il morente ha bisogno delle coccole materne: una richiesta che viene accolta dalla madre archetipica, quella senza terra e lingua, senza appartenenze configurabili in confini culturali e politici.

La madre che giunge è inaspettata: una bambina straniera, nemica. Ma qui il nemico si rivela per quel che è: il prodotto di confinamenti troppo rigidi. Il nemico è la volontà di separare, di rispondere in modo netto alla domanda: “qual era il figlio preferito da Abramo? A chi lasciò la sua terra?”. Il nemico si trasfigura in madre che accompagna tutti i figli alla morte senza lasciarli soli, e nella morte si è tutti fratelli.

Dopo e durante questa storia nella quale si esprime un uomo “latino”, rinascono le lacrime nel gruppo rifondato nella speranza. Piange la conduttrice che, per la sua posizione e forse anche per il suo essere tedesca, ha un grande effetto che si riverbera sui partecipanti. Non era previsto dal programma che il conduttore potesse diventare compagno. Forse, allora, si possono abbandonare le rigidità dei padri per poter abbracciare i bisogni dei figli.

Le regole, quelle da seguire ad ogni costo, diventano per un momento figlie delle necessità dell’uomo, al servizio di ciò che vive. Una ristrutturazione cognitiva ed una ricontestualizzazione dei significati e dei significanti che è parsa a tutti come un momento di “magia”, di cui le lacrime erano il distillato: non debolezza, ma forza; non rigidità, ma l’autorevolezza del sentimento d’amore.

Non la pace dei sensi, ma la passione per la pace che fa amare ciò che si era rimosso, uno sguardo pacifico alla propria ombra che si staglia lunga dietro il proprio cammino. Come una danza che fa girare la storia, che capovolge la ragione e le ragioni, che lascia il punto per seguire l’onda, che muore per farci rinascere dalle ceneri.

Una memoria da rispettare e da superare, vivendo.

Marco Avena

 

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