Dizionario della Salute 1

ARTICOLO IN INGLESE

 

alchìmia

alchìmia [nell'uso com. alchimìa] s.f. (lat. mediev. alchemia, dall'ar. al-kimiya', a sua volta dal gr. chemía, mescolanza). Arte praticata nella tarda antichità e nel medioevo, progenitrice della moderna chimica, che si proponeva di ricercare un farmaco capace di guarire tutte le malattie e di trasformare i metalli per mezzo della pietra filosofale: Nonostante l'erroneità delle sue premesse, si devono all'alchimia importanti scoperte scientifiche. Fig. Trasformazione fraudolenta, rimaneggiamento artificioso: Con le sue alchimie è riuscito a pareggiare il bilancio. Artificio troppo raffinato: Amo la semplicità e quindi non so apprezzare le sue alchimie stilistiche.

"Alchimisti"

Il termine alchimia comprende l'insieme dei tentativi e delle speculazioni che, attraverso lo studio delle trasformazioni permanenti delle sostanze, basandosi sull'assunto aristotelico dell'unica materia, miravano a trasformare i metalli mediante la pietra filosofale e a perfezionare, rendendola incorruttibile, la materia umana, mediante l'elisir di lunga vita.

Forse nota agli Egizi, agli Indiani e ai Cinesi, l'alchimia è frutto del tardo ellenismo. Nell'alto medioevo ebbe cultori negli Arabi e si diffuse in Occidente verso l' xi sec. Straordinaria congerie di tecniche spesso raffinate, di un empirismo sterile, circondata di mistero, coltivata da sapienti e da ciarlatani, sempre in sospetto di eresia, propagata con testi spesso apocrifi, zeppi di simboli astrusi e scritti in linguaggio esoterico, l'alchimia esprime la grande aspirazione umana di conoscere i segreti della materia per dominarla. Non fu mai una scienza, sebbene alcuni alchimisti siano stati ottimi sperimentatori e a loro si debba la scoperta di alcuni composti chimici. Fra i nomi più illustri si ricordano Raimondo Lullo, Basilio Valentino, Geber, Avicenna, Ruggero Bacone, Van Helmont e Paracelso, anche se la loro fama d'alchimisti è in parte leggendaria.

allucinazione

allucinazióne s.f. (lat. alucinatio -onis). Med. Percezione, da parte di un soggetto sveglio, di fenomeni in realtà inesistenti.

— Psicol. Allucinazione ipnagogica, quella che si verifica quando il soggetto è sul punto di addormentarsi. Allucinazione negativa, quella che ha luogo quando un oggetto effettivamente presente non è visto da un individuo, benché esistano le condizioni per la relativa percezione; si può verificare in particolar modo nell'ipnosi.

L'allucinazione , sintomo fondamentale in psichiatria, può riscontrarsi in tutte le sfere dell'attività sensitivo-sensoriale: infatti vengono descritte allucinazioni visive, acustiche, olfattive, gustative, enterocettive, cinestesiche.

A seconda del grado di elaborazione, le allucinazioni sono dette elementari (impressioni vaghe di luccichii, di rumori, di malesseri interni, ecc.) o complesse (vedere persone o animali, colorati o no, udire parole distinte o motivi musicali): i vari tipi di allucinazioni possono essere associati. La reazione del malato può essere varia in quanto egli cerca di difendersene o la subisce passivamente. L'allucinazione è l'elemento caratteristico di parecchi deliri: infettivi, tossici (delirium tremens); si verifica in concomitanza di tumori cerebrali e soprattutto di malattie mentali come la psicosi allucinatoria cronica, la demenza paranoide, ecc.

ànima s.f. (lat. anima).

1. Parte spirituale dell'uomo, origine e centro del pensiero, della volontà, del sentimento, della coscienza morale: D Anima che diverse cose tante / vedi, odi e leggi ... e pensi (Petrarca).

2. Parte immateriale e immortale dell'uomo, di origine divina, destinata, dopo la morte del corpo, a essere premiata o condannata a seconda di come ha agito sulla terra: Pensa alla tua anima e pèntiti. Le anime del Purgatorio.

3. Spirito vitale, principio della vita: Esalare l'anima.

4. Parte sostanziale, essenziale di una cosa, ciò che dà impulso e forza: D Lo spirito di società ... è l'anima e lo scopo e il tutto della vita (Leopardi). La pubblicità è l'anima del commercio. Animatore, promotore: Era l'anima di ogni allegra compagnia. Fu l'anima della spedizione.

5. Calore, intensità di sentimento, forza di espressione: Il pianista suonava con molta anima. Un volto senz'anima.

6. Insieme degli affetti, dei sentimenti: Ti amo con tutta l'anima. Gli lesse fino in fondo all'anima. Insieme delle qualità necessarie per una professione, una missione: Ha l'anima del medico. Disus. Complesso delle facoltà intellettuali, pensiero, mente: D Dalla mia puerizia l'anima vi disposi (Boccaccio).

7. Per estens. La parte più interna di una cosa: D Era una vecchia scatola armonica con l'anima di metallo (D'Annunzio). Sostegno interno di una cosa: D Le Vittorie mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati (D'Annunzio).

8. Essere vivente, persona, specialmente con riferimento alle qualità spirituali: Anima buona, nobile, appassionata. D La povera anima struggevasi ... di guadagnarsi un quattrino (Foscolo). Persona defunta (soprattutto unita all'agg. buono): Fosse qui la buon'anima di mio nonno. Somiglia a suo padre, buon'anima. Per estens. Abitante: Il paese conta solo cinquemila anime.

— L oc. div. Darsi anima e corpo a una cosa, occuparsene con grandissimo zelo. Legarsi anima e corpo a qualcuno, essergli amicissimo. Darsi anima e corpo a qualcuno, abbandonarglisi con assoluta dedizione. Essere un'anima e due corpi, avere gli stessi pensieri e gusti. Anime gemelle, unite da grande affinità spirituale. Un bene dell'anima, grandissimo. Anima mia! espressione (di solito al vocativo) di profondo affetto: Ti aspetto presto, anima mia. Rapire l'anima, avvincere, mandare in estasi. Rompere l'anima, fam. Dare grande fastidio. Far dannare l'anima, far arrabbiare. Anima dannata, anima nera, peccatore; perfido consigliere. Sudare l'anima, fare grande fatica. Anima viva, in espressioni negative, nessuno: Non vedo anima viva. Non c'era anima viva. Anche assol.: Non c'era un'anima. Dare l'anima per qualcuno, fare qualsiasi sacrificio. Reggere l'anima coi denti, essere malandato, mantenersi in vita a fatica. Aprire l'anima a qualcuno, confidargli i propri sentimenti. Rendere l'anima a Dio, morire. Raccomandare l'anima a Dio, prepararsi a morire da cristiani. Vendere l'anima al diavolo, esser pronto a incorrere in qualsiasi colpa. All'anima! inter. escl. Caspita, accidenti!

— A llus. lett. O profetica anima mia, parole di Amleto nell'omonima tragedia di W. Shakespeare (atto i, scena v), quando egli apprende che il padre, come aveva intuito, è stato ucciso dal fratello che ora ne cinge la corona.

— Archeol. Casa dell'anima, nome dato a modellini in terracotta posti sopra le tombe private tra la vi e la xiidinastia in Egitto.

— Archit. Sporgenza qualsiasi sulla quale dovranno essere applicate delle modanature. In una scala, nucleo centrale in pietra che sostiene la volta a sbalzo formata dai gradini innestati nel nucleo stesso. Parte verticale sulla quale vengono a innestarsi a tenone e mortasa i gradini di una scala a chiocciola. Anima incordata, nucleo di struttura che nel suo girare è munito di una modanatura sporgente. Anima di volta, colonna centrale sulla sommità della quale si appoggia una volta anulare. Anima di corrimano, elemento di legno o di metallo formante il nucleo della ringhiera delle scale che è tagliato in corrispondenza degli arrivi di ogni pianerottolo.

— Arte. Armatura in legno di figure o rilievi rivestiti di metallo, come ad es. l'altare d'oro di Sant'Ambrogio a Milano.

— Edil. Anima di un ferro profilato, parte che collega le due ali. Anima di una trave, porzione mediana della parte, piena o cava, opposta ai rinfianchi laterali.

— Elettr. Parte centrale metallica di un conduttore che conduce la corrente. (L'anima massiccia è costituita da un conduttore unico; l'anima di un cavo è formata da più conduttori riuniti.) Anima di un elettrodo di saldatura, filo metallico disposto al centro del rivestimento.

— Ind. cart. Interno di un foglio di cartone compreso fra gli strati di copertura. Tubo metallico o di cartone su cui si avvolgono le bobine di carta.

— Ind. graf. Striscia di cartone o cartoncino che, nel dorso di un libro, in altezza, va da un capitello all'altro; in larghezza è lievemente maggiore dello spessore del dorso del volume.

— Ind. tess. Parte centrale di un canapo animato o di una fune, quasi sempre formato da vari fili più o meno ritorti, che serve da sostegno agli altri elementi che compongono il canapo o la fune.

— Mar. Anima di un cavo, il cordone centrale, intorno al quale si stringono i legnoli. Se il cavo è metallico, l'anima è di canapa o di manilla.

— Metall. Pezzo in sabbia, metallo o altro materiale resistente alla temperatura del metallo fuso, che viene inserito nella forma durante la preparazione della stessa, quando sul getto da colare devono essere previste parti concave: Le anime in sabbia sono realizzate dagli animisti, generalmente su apposite macchine. (Spesso vengono rinforzate da una struttura metallica interna [lanterna] per dar loro maggior solidità.) Macchina che serve per fabbricare le anime da fonderia.

— Mil. La cavità interna di una bocca da fuoco o di una canna nel tratto percorso dal proietto; ha forma cilindrica; la sua superficie è solcata dalla rigatura oppure è liscia nei mortai di fanteria. Armatura snodata, proteggente il petto, rivestita di lamine o di scaglie, sovrapposte a embrice, usata particolarmente dai soldati difensori delle navi e dai cavalleggeri del xvi sec. (Ancora in uso nel xvii sec. con il nome di animetta)

— Mus. Piccolo cilindro di legno che negli strumenti ad arco viene posto tra il coperchio e il fondo, vicino al piede destro del ponticello; è molto importante per la sonorità dello strumento.

— Tecn. In pirotecnica, è la parte interna dei contenitori, generalmente di forma cilindrica, che viene riempita di polvere. Nei razzi pirotecnici, foro tronco-conico lungo circa i 2/3 della canna. Filo di ottone o di ferro molto sottile che serve per il montaggio dei fiori artificiali. Parte centrale di un foglio di compensato. (Può essere un semplice foglio di grosso spessore, o un foglio a sua volta costituito di un certo numero di fogli sottilissimi, o una serie di listelli paralleli, o infine un sottilissimo lamierino metallico.)

autismo

autismo s.m. (dal gr. autós, se stesso). Med. Stato mentale caratterizzato dal rinchiudersi del soggetto in se stesso, con perdita più o meno rilevante dei contatti col mondo esterno.

Nella forma più benigna, l'autismo, la cui descrizione è dovuta a E. Bleuler, si esplica semplicemente in un predominio della vita interiore su quella di relazione, ed è riscontrabile nei vecchi e in certi giovani, indipendentemente da qualsiasi fenomeno patologico. Nelle forme più accentuate, il soggetto soffre dell'isolamento a cui egli stesso si costringe e rigetta sul mondo esterno la responsabilità di tutti i suoi disagi. Infine l'autismo è II carattere fondamentale della costituzione schizoide che può sfociare in una schizofrenia conclamata. Negli ultimi anni l'autismo è stato osservato anche nei bambini molto piccoli (si parla, in questo caso, di autismo infantile precoce); la sindrome compare entro il secondo anno di vita, talvolta addirittura nei primi mesi dopo la nascita. Il bambino sembra rifiutare quelle consuete manifestazioni d'affetto, gestuali e verbali, che si riservano ai bambini durante questo periodo. Il suo comportamento motorio è monotono e ripetitivo e, pur presentando un totale distacco dall'ambiente che lo circonda, ha violente reazioni emotive ogni qualvolta vi siano cambiamenti d'ambiente. Come accade nel bambino autistico più grande o nell'autistico anziano, il piccolo paziente non parla, oppure, talvolta, usa le parole — o per meglio dire i suoni — non per comunicare con gli altri, ma con se stesso: ne risulta una ripetizione reiterata e interminabile di parole, spesso inventate (si tratta in effetti di palilalia). Il bambino autistico, se curato in maniera adeguata e se seguito dai familiari (che spesso sono la causa della sindrome, specialmente quando eccedono in una educazione troppo perfezionista), può guarire più o meno completamente: anche una volta risolto il problema, gli resterà comunque difficile poter allacciare normali e sereni rapporti interpersonali.

 

catatonìa

catatonìa s.f. Med. Turba psicomotoria caratterizzata da diminuita iniziativa motoria, tensione muscolare, fenomeni motori speciali e, dal punto di vista mentale, da stupore e negativismo. Catatonia catalettica, sindrome di origine cerebrale riscontrata in stati febbrili gravi e in particolare nella febbre tifoide, caratterizzata dalla sovrapposizione dello stupore alla catalessi.

ebefrenìa

ebefrenìa s.f. (gr. hebe, giovinezza, e phren, phrenós, mente). Med. Malattia mentale del gruppo delle schizofrenie, dove domina la dissociazione, mentre deliri e allucinazioni vengono poco espressi e l'autismo è scarso. (È caratterizzata dalla presenza di tratti di tipo giovanile o infantile.)

paranòia

paranòia s.f. (gr. paránoia, follia). Med. Psicosi caratterizzata dal lento sviluppo di un sistema delirante, coerente e stabile, che non coinvolge le restanti funzioni psichiche.

La paranoia, inquadrata nosologicamente da Kraepelin, viene da molti ritenuta il prodotto di una predisposizione costituzionale. Infatti colpisce soggetti particolarmente reattivi, in cui provoca irrigidimento della personalità con sopravvalutazione di sé, intransigenza, scarsa adattabilità all'ambiente, che viene anche ritenuto ostile. Si verifica piuttosto di rado ed è facilmente distinguibile dalla schizofrenia in quanto non comporta allucinazioni, ma la perdita di contatto con la realtà è limitata a errori di valutazione di fatti inerenti il sistema delirante, che peraltro è costruito con perfetta logica e lucidità sulla base di situazioni del tutto normali ma interpretate in modo errato dal paziente. Il sistema delirante, che in genere viene edificato nella quarta decade di vita, può avere contenuto variabile (grandezza, gelosia, persecuzione, mistica, ecc.), è spesso accompagnato dai cosiddetti "sogni rivelatori" e può passare inosservato se non si verificano situazioni tali da indurre nel malato reazioni socialmente inaccettabili che ne rendano necessario il ricovero ospedaliero. Da questa forma classica di paranoia si differenziano le sindromi paranoiche, che insorgono per reazione a fatti o a situazioni implicanti una forte partecipazione affettiva, e, non presupponendo una netta predisposizione endogena, traggono beneficio dall'allontanamento del malato dall'ambiente o dalla cessazione delle cause psicogene.

La psicoanalisi riconosce alla base della paranoia forti impulsi omosessuali inconsci dai quali, per un meccanismo proiettivo, si sviluppano i vari deliri: il paranoico, regredendo verso posizioni omosessuali, si difende dai propri impulsi proiettando su altri gli atteggiamenti che lo riguardano, a cui attribuisce però carattere di odio anziché di amore.

 

schizofrenìa

schizofrenìa [Z] s.f. (gr. schízein, dividere e phren, phrenós, mente). Malattia mentale essenzialmente caratterizzata da dissociazione psichica. (È la più grave e più frequente delle psicosi, che colpisce lo 0,5-1% della popolazione generale e si manifesta in giovane età, di solito tra i 15 e i 25 anni.)

 

La storia dello studio della schizofrenia rende conto delle divergenze relative al suo quadro nosologico. Alla fine del secolo scorso (1893-1899) Kraepelin, coniando il termine di "demenza precoce", riunì tre quadri psichiatrici osservati nell'adolescente: l'ebefrenia (E. Hecker), la catatonia (K. L. Kahlbaum), la demenza paranoide (Kraepelin), basandosi sul fatto che tutte sono caratterizzate da turbe dell'affettività, che possono verificarsi contemporaneamente o in tempi successivi in uno stesso soggetto, che evolvono verso una pseudodemenza ovvero una dissociazione delle funzioni psichiche. Più tardi E. Bleuler sostenne che il disturbo primario è rappresentato da una dissociazione psichica (schizofrenia) che determina un disadattamento alla realtà, un modo di pensare paragonabile a quello onirico e sfociante nell'autismo. Minkowski invece ritiene la perdita di contatto col reale consecutiva a un disturbo affettivo, invertendo la posizione di Bleuler, ossia che l'autismo è il disturbo primario e la schizofrenia quello secondario. Certi autori hanno allargato il quadro della schizofrenia comprendendovi la maggior parte delle affezioni dell'adolescente e dell'adulto giovane.

causali

Le ricerche relative ai fattori causali della schizofrenia sono orientate essenzialmente secondo due direzioni: organicistica (fattori genetici e biologici) e psicodinamica (fattori psicoaffettivi e sociologici). L'esistenza di un fattore ereditario di cui si ignorano le modalità di trasmissione sembra provata dalla frequenza dei casi di schizofrenia tra i discendenti di schizofrenici (in particolare se gemelli omozigoti) e tra i familiari di tali malati, soprattutto tra le madri. Le ricerche biologiche e somatiche hanno messo in luce un insieme di correlazioni di cui non si è ancora potuto fornire la spiegazione: così il tipo leptosomico, che corrisponde alla struttura mentale schizoide, sembrerebbe in rapporto con questo disturbo; però il 50% degli schizofrenici non ha una personalità schizoide premorbosa. Inoltre spesso non compaiono alterazioni specifiche né enzimatiche, benché l'efficacia della chemioterapia (neurolettici) deponga a favore della tesi di un'alterazione biochimica. Le ricerche psicogenetiche attualmente centrate sui rapporti del futuro schizofrenico con la madre, al momento della formazione dell'io, hanno portato vari autori a spiegare la schizofrenia con una regressione a una fase primitiva dello sviluppo individuale, resa possibile dalla particolare fragilità dell'io o dovuta soprattutto a comportamenti affettivi inadeguati e ostili, da parte della madre, nel momento della formazione psicologica del bambino (fine del primo anno di vita). L'atteggiamento più traumatizzante sembra essere quello di un'ostilità inconscia mascherata da amore. Le ricerche sociologiche hanno appurato che l'insorgere della schizofrenia è favorito da bassi livelli socioeconomici e dall'isolamento sociale.

clinico

La schizofrenia, di sintomatologia estremamente variabile, presenta però due caratteristiche essenziali: da un lato la dissociazione intrapsichica che si traduce in inibizione con blocco dell'ideazione, negativismo, stereotipia, manierismo, ecc., dall'altro la frattura col mondo esterno che determina indifferenza, disinteresse, inerzia, ecc. A ciò possono aggiungersi sintomi diversi come automatismo mentale con delirio mal sistematizzato, catatomia, allucinazioni, perversioni di istinti fondamentali, azioni antisociali.

Nella pratica clinica si distinguono alcune varietà di schizofrenia: ebefrenica, caratterizzata da grave dissociazione tra pensiero, affettività e comportamento che risulta estremamente puerile; catatonica, che interessa soprattutto la volontà e comporta negativismo, catalessia, impulsi catatonici e allucinazioni; paranoide, in cui i deliri sono relativamente sistematizzati e sempre accompagnati da allucinazioni; simplex, il cui quadro richiama l'ebefrenia. Ovviamente queste suddivisioni, a cui se ne aggiungono altre meno frequenti, hanno valore puramente teorico potendosi verificare abbastanza facilmente il passaggio da una forma all'altra.

Nella maggior parte dei casi il trattamento specialistico si basa sulle terapie da shock (insulinico, cardiazolico, elettrico, acetilcolinico), sulla psicofarmacologia (cloropromazina e derivati, reserpina, composti butirrofenonici) e su vari tipi di psicoterapia, ma il recupero sociale e professionale per ora non supera il 25% dei casi.

antropoanàlisi

antropoanàlisi [ò] s.f. Psicoan. Orientamento psicopatologico e psicoterapeutico contemporaneo che deriva i suoi concetti sia dalla psicoanalisi freudiana sia dalla filosofia esistenzialistica di M. Heidegger.

Per i teorici dell'antropoanalisi, fra i cui maggiori esponenti ricordiamo E. Minkowsky, D. Cargnello e, soprattutto, L. Binswanger, l'uomo non è una realtà esclusivamente naturale (homo natura) determinata da istinti e pulsioni così come Freud lo intende prevalentemente, ma piuttosto un essere che vive la sua particolare condizione di essere-nel-mondo (secondo la terminologia heideggeriana) accanto ad altri, cioè una condizione esistenziale caratterizzata da possibili modi di essere e da possibili scelte. La nevrosi e la follia costituiscono esse stesse possibilità e modi di essere che vanno indagati e conosciuti (homo existentia). Sotto questo aspetto l'antropoanalisi non pretende di sostituirsi alla pratica terapeutica psicoanalitica, perché, mentre quest'ultima ha come scopo la guarigione del paziente, l'antropoanalisi si propone la comprensione del modo di esistere del paziente stesso, senza per altro precludersi la strada dell'elaborazione di una sua propria specifica tecnica terapeutica. Essa critica inoltre il meccanicismo naturalistico di talune interpretazioni psicoanalitiche, secondo le quali lo stato morboso può essere considerato come l'effetto di una causa patogena che va ricercata ed eliminata. In realtà ciò che va ricercato è lo specifico "a priori esistenziale" dell'individuo, la sua "categorialità di fondo" attraverso la quale egli attribuisce significato a determinati eventi. Tale a priori e tale categorialità daranno conto dell'individuo nella sua globalità e nella sua irripetibilità al di fuori di ogni preconcetta classificazione nosografica. In questa prospettiva ogni distinzione tra il normale e il patologico, pur necessaria nella pratica clinica, viene a perdere molti dei suoi significati. Questo aspetto è stato sviluppato particolarmente da studiosi come R. D. Laing, appartenenti al movimento dell'antipsichiatria.

 

clìnica

clìnica s.f. Insegnamento della medicina o di una sua branca effettuato al letto dell'ammalato. Luogo di cura annesso a un istituto universitario. Più genericamente, casa di cura, ospedale privato.

La clinica si occupa dello studio del singolo individuo malato allo scopo di identificarne la forma morbosa e di stabilire caso per caso l'adatta terapia. Le sue due branche principali sono la clinica medica e la clinica chirurgica. Nel loro ambito si distinguono poi, in dipendenza dello sviluppo delle varie specializzazioni della medicina, la clinica pediatrica, la dermosifilopatica, la neurologica, la clinica oculistica, ostetricoginecologica, urologica, traumatologica, odontoiatrica, ecc. Ciascuna di queste discipline ha a disposizione un istituto universitario adeguatamente attrezzato con aule, laboratori di analisi, ecc.

Didattica montessoriana

La psicopedagogia, iniziata a cavallo tra il xix e il xx sec. sulla base dei primi importanti risultati delle indagini psicologiche sulla vita infantile, ha avuto il primo contributo fondamentale a opera di Claparède, fondatore insieme con Bovet dell'istituto J.-J. Rousseau per le ricerche psicopedagogiche, e si è avvalsa dell'opera di studiosi come E. L. Thomdike, Binet, Simon, Montessori, De Sanctis, e, più recentemente, Piaget, Wallon, Tennen, Lewin, Gesell, Isaacs, ecc.

La psicopedagogia, pur interessandosi a tutti gli aspetti della formazione dell'individuo, pone l'accento sullo studio dell'azione svolta da fattori ereditari e ambientali, sulle leggi che regolano l'apprendimento, sullo sviluppo dell'affettività e della socialità, sulle attitudini. La psicopedagogia si avvale di tecniche proprie ad altre discipline psicologiche, come ad es. i test mentali e la psicoanalisi.

evolutivo

evolutivo agg. Di evoluzione, che costituisce evoluzione: D Un riso rudimentale, che avrebbe potuto segnare il passaggio evolutivo tra il bruto e l'uomo (Panzini).

— Psicol. Psicologia dell'età evolutiva, studio psicologico del periodo della vita umana compreso tra la nascita e la maturità.

La psicologia dell'età evolutiva, il cui studio scientifico è iniziato solo verso la fine del xviiisec., costituisce uno dei più attivi campi di ricerca della psicologia moderna; suo compito è infatti lo studio della formazione della personalità umana per azione di forze endogene e di influenze ambientali, valutando i processi psicologici di questa età in senso funzionale, ossia cercando di puntualizzarne il significato per lo sviluppo dell'individuo. La psicologia dello sviluppo tiene in gran conto l'osservazione del comportamento infantile in quanto le prime esperienze, anche inconsce, hanno valore determinante sulla formazione della personalità dell'adulto, come fu dimostrato da Freud e dalla sua scuola. Importanti ricerche in questo senso sono state effettuate da Piaget, Wallon, Melanie Klein, David Levy, Anna Freud, Spitz, Gesell, dall'italiano De Sanctis e altri, mettendo in risalto soprattutto le differenze fra la struttura mentale del bambino e quella dell'adulto, nonché la continuità tra il pensiero infantile e quello adulto, entrambi tendenti alla conservazione della vita e all'affermazione della propria personalità.

In psicopedagogia, tutte le ricerche mettono in risalto, sia pure con alcune differenziazioni teoriche e metodologiche, l'importanza fondamentale che l'ambiente di vita ha per il bambino. Se tale ambiente risulta deprivato di alcune componenti decisive quali un adeguato rapporto affettivo, una ricca stimolazione della percezione visiva, uditiva, tattile e una attenzione attiva alla comunicazione verbale (linguaggio), il grado di crescita cognitiva ne risentirà prefigurando delle difficoltà che emergeranno soprattutto nel quadro delle attività d'apprendimento a livello scolastico.

evolutivo

evolutivo agg. Di evoluzione, che costituisce evoluzione: D Un riso rudimentale, che avrebbe potuto segnare il passaggio evolutivo tra il bruto e l'uomo (Panzini).

— Psicol. Psicologia dell'età evolutiva, studio psicologico del periodo della vita umana compreso tra la nascita e la maturità.

La psicologia dell'età evolutiva, il cui studio scientifico è iniziato solo verso la fine del xviiisec., costituisce uno dei più attivi campi di ricerca della psicologia moderna; suo compito è infatti lo studio della formazione della personalità umana per azione di forze endogene e di influenze ambientali, valutando i processi psicologici di questa età in senso funzionale, ossia cercando di puntualizzarne il significato per lo sviluppo dell'individuo. La psicologia dello sviluppo tiene in gran conto l'osservazione del comportamento infantile in quanto le prime esperienze, anche inconsce, hanno valore determinante sulla formazione della personalità dell'adulto, come fu dimostrato da Freud e dalla sua scuola. Importanti ricerche in questo senso sono state effettuate da Piaget, Wallon, Melanie Klein, David Levy, Anna Freud, Spitz, Gesell, dall'italiano De Sanctis e altri, mettendo in risalto soprattutto le differenze fra la struttura mentale del bambino e quella dell'adulto, nonché la continuità tra il pensiero infantile e quello adulto, entrambi tendenti alla conservazione della vita e all'affermazione della propria personalità.

In psicopedagogia, tutte le ricerche mettono in risalto, sia pure con alcune differenziazioni teoriche e metodologiche, l'importanza fondamentale che l'ambiente di vita ha per il bambino. Se tale ambiente risulta deprivato di alcune componenti decisive quali un adeguato rapporto affettivo, una ricca stimolazione della percezione visiva, uditiva, tattile e una attenzione attiva alla comunicazione verbale (linguaggio), il grado di crescita cognitiva ne risentirà prefigurando delle difficoltà che emergeranno soprattutto nel quadro delle attività d'apprendimento a livello scolastico.

Gestalt

Gestalt [ghe] s.f. Voce ted. che significa figura, forma, struttura, entrata nell'uso italiano per designare la nozione centrale della Gestalttheorie, teoria della Gestalt o della forma (dottrina gnoseologica di Brentano, Meinong, von Ehrenfels e altri, fondata sul concetto della percezione come struttura autonoma e non come sintesi di elementi sensoriali) e della connessa Gestaltpsychologie, psicologia della Gestalt o della forma, una delle correnti più vive della psicologia contemporanea.(V. forma, gestaltismo , psicologia, struttura.)

"Platone e Aristotele"

filosofìa [ò] s.f. (gr. philosophía, propr., amore per la sapienza). Concezione generale della realtà e della posizione dell'uomo in seno a essa. Sistema di idee costruito attraverso una revisione critica delle opinioni, delle rappresentazioni e dei sentimenti relativi a tali questioni: La filosofia disserta sull'origine delle nostre conoscenze. Nel xviii sec., in partic., l'atteggiamento di programmatica verifica razionale delle istituzioni, delle credenze e dei costumi. Dottrina sistematica di un filosofo, di una scuola, di un'epoca: La filosofia di Aristotele. Sistema di princìpi postulati o dedotti per spiegare od ordinare un certo gruppo di fatti: Filosofia dell'arte. Filosofia della scienza. L'insieme delle regole pratiche a cui ognuno ispira più o meno consapevolmente la propria condotta: La filosofia di don Abbondio. Nell'uso attuale dei paesi anglosassoni, qualunque complesso di idee generali presupposto da determinate scelte pratiche: La filosofia della politica di contenimento. Saggezza di chi sopporta con fermezza le avversità della vita: Prendere le cose con filosofia. Filosofia naturale, fino al xix sec., soprattutto nella cultura inglese, il complesso delle scienze della natura: D In Inghilterra le scienze naturali sono chiamate filosofia e strumenti filosofici gli strumenti di fisica, come il barometro e il termometro (Hegel). Filosofia della natura, interpretazione unitaria dei fenomeni naturali, dove l'intuizione del filosofo si sostituisce alla cautela scientifica e alla verifica sperimentale. (Dopo il Rinascimento italiano, la filosofia della natura conobbe una nuova fortuna nel pensiero romantico, in particolare in Schelling e in Hegel, e fu criticata, fra gli altri, da Engels nell'opera Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia tedesca.) Filosofia della storia, interpretazione globale del significato e della direzione delle vicende dell'umanità: D La filosofia della storia si fonda sul concetto che nella storia universale è presente ed opera la Ragione divina assoluta (Hegel). Filosofia prima, nome dato da Aristotele a quella che venne poi chiamata metafisica.

— Allus. lett. Povera e nuda vai, filosofia, verso di un sonetto del Petrarca, citato per affermare che la ricerca disinteressata difficilmente è compensata come meriterebbe.

— Dir. Filosofia del diritto, disciplina che studia il diritto in sé, prescindendo dalle singole manifestazioni normative.

— Ord. scol. Disciplina insegnata in Italia in alcuni ordini di scuole medie superiori (licei e istituti magistrali).

pensièro

pensièro s.m. La facoltà del pensare, l'attività conoscitiva della mente umana, mediante la quale l'uomo prende coscienza di sé e della realtà che lo circonda

"Discorso sul metodo"

La parola pensiero può designare tanto l'insieme dei fatti psichici nel loro complesso, quanto, più specificamente, l'attività della ragione e dell'intelletto, in quanto distinta da quella dei sensi e della volontà. L'uso del termine nel suo senso più estensivo è abbastanza diffuso nella filosofia moderna prima di Kant, particolarmente nella tradizione cartesiana, nel cui ambito la percezione, il sentimento e la volizione sono chiamati "pensieri", come più propriamente le manifestazioni dell'intelletto e della ragione. È sulla base di questa indeterminatezza semantica che Leibniz può sostenere che non esistono argomenti validi per escludere che gli animali siano dotati della capacità di pensare. Tuttavia, fin dalla filosofia greca classica, il significato di "pensiero" come attività conoscitiva distinta dalla volontà, implicante un contatto con la realtà meno immediato e passivo di quello della percezione sensibile, è stato di gran lunga prevalente. In Platone e in Aristotele si trovano distinte le due forme del pensiero, che si contenderanno di volta in volta il primato entro le grandi correnti della filosofia occidentale. Da un lato il pensiero si presenta come nûs, intuizione immediata dell'oggetto mentale, e dall'altro come diánoia e cioè come attività discorsiva (lógos), che procede, per così dire, circuendo il proprio oggetto, in un'alternanza di domande e di risposte, di affermazioni e di negazioni. Per Platone l'esercizio del pensiero come diánoia ha funzione propedeutica rispetto al momento terminale del processo, che consiste nella visione "noetica" dell'oggetto ideale. Nella tradizione scolastica l'esigenza di sottolineare la finitudine dell'uomo e la provvisorietà della condizione mondana conduce a intendere per pensiero solo l'indagine mentale, caratterizzata dai processi del riunire, distinguere, ordinare e paragonare. Essa si muove intorno all'oggetto senza mai adeguarlo pienamente e va nettamente distinta dalla visione mentale, alla quale spetta più propriamente il nome di "intelligenza" o "intelletto". Per queste stesse considerazioni sant'Agostino aveva negato che la seconda persona della Trinità potesse correttamente essere designata come "Pensiero". Anche Kant definisce il pensiero come "conoscere per concetti", precisando che il pensiero diventa conoscenza reale, e non solo formale, quando i concetti si riferiscano come predicati a intuizioni sensibili. La realtà così conosciuta è tuttavia solo "fenomeno", mentre il "noumeno" potrebbe essere colto unicamente dalla intuizione intellettuale, la quale peraltro non rientra tra le funzioni possibili della mente umana. Con l'idealismo romantico (la rivoluzione terminologica ha i suoi motivi profondi) la parola "intelletto" passa a indicare l'improduttivo e astratto "pensare per concetti", separato dal suo contenuto e invano teso al pieno adeguamento di esso. Il vero pensiero è invece la ragione, attività produttrice di se stessa e del proprio oggetto, e l'antica identificazione "noetica" del pensiero con la realtà viene così riproposta su un nuovo piano, dinamico e dialettico, ma sempre tipicamente caratterizzato dalla estromissione dal pensiero delle note negative della provvisorietà, dell'incertezza e dell'approssimazione. La contrapposizione fra un'attività intellettuale-discorsiva, ridotta per lo più a funzioni pratiche, e una forma superiore di pensiero, privilegiata da una garantita immediatezza, è caratteristica di molte filosofie idealistiche e tardoromantiche, da Schelling a Bergson. Il problema del nesso pensiero-realtà, intorno al quale ha ruotato tutta la gnoseologia tradizionale, può anche essere eluso, per converso, riducendo il pensiero razionale a puro e autonomo formalismo logico, come fa con vario rigore il neopositivismo contemporaneo. Ma è indubbio che anche per tale via si riesce solo molto parzialmente a rendere ragione delle molteplici funzioni attraverso cui la capacità di pensare condiziona e caratterizza il modo di esistere dell'uomo nel mondo. La concezione elaborata dal Dewey del pensiero come "strumento" di integrazione attiva dell'uomo nell'ambiente è il presupposto filosofico di molti orientamenti della psicologia scientifica contemporanea.

Anche nell'uso degli psicologi "pensiero" può designare tanto l'insieme dei fatti psichici, quanto più specificamente l'attività intellettuale- razionale dell'uomo. Nel primo significato il problema dell'indagine avente come oggetto il pensiero si identifica con quello della stessa possibilità della psicologia come scienza. I fatti psichici hanno da un lato una faccia obiettiva, che è relativamente facile cogliere. A tale fine la psicologia mette in opera numerosi metodi oggettivi, che si valgono dell'apporto della biologia e della fisiologia, oltre che, in via complementare, della matematica, della fisica e della sociologia. Ma ciò che caratterizza il fatto psichico è ovviamente il lato soggettivo, che è in quanto tale accessibile solo all'introspezione. Al metodo dell'introspezione è stata però mossa l'accusa di essere insufficiente, deformante, non scientifico, e di fornire dati mai completamente comunicabili. Oggetto dell'indagine scientifica dovrebbero essere solo i comportamenti osservabili e non gli "stati di coscienza" e i "moti dello spirito", dei quali è impossibile una descrizione oggettiva e univoca, scientificamente utilizzabile. A tale riserva di principio è stato obiettato da più parti che la psicologia scientifica non potrà mai rinunciare alla verifica introspettiva. È verosimile, ad es., che anche gli animali, almeno a partire da un certo livello di complessità biologica, possiedano una coscienza più o meno evoluta. Essa è tuttavia muta, murata in se stessa, incapace di esteriorizzarsi direttamente. Parlare di "soggettività" animale è sempre un discorso analogico, fondato sulla estensione della soggettività quale l'uomo la esperisce in se stesso. Comunque sia, la psicologia scientifica, alle sue origini, si è occupata programmaticamente solo degli atti percettivi, rivelati dall'autosservazione. I processi intellettuali e volitivi consapevoli erano considerati come non suscettibili di essere colti obiettivamente. Si presupponeva l'esistenza di una causalità psichica regolante il meccanismo delle associazioni, e la psicologia poteva essere intesa come una sorta di "chimica mentale". Il significato e le implicazioni teoriche di tale metodologia appaiono particolarmente evidenti nell'opera del Wundt. L'applicazione dell'indagine scientifica alle attività intellettuali superiori ha ricevuto un impulso definitivo dalle ricerche sui processi di apprendimento, delle quali fu pioniere il tedesco Ebbinghaus. ln particolare gli studi dell'americano Thorndike e del sovietico Pavlov, tra la fine del xix e gli inizi del xx sec., prepararono la strada alla semplificazione, almeno temporaneamente benefica, rappresentata dal comportamentismo. Parallelamente l'approfondimento della dinamica dei motivi, al quale ha contribuito anche la psicologia dell'inconscio, ha aiutato notevolmente a chiarire il meccanismo delle funzioni superiori della mente e dei modi in cui l'uomo realizza il suo adattamento intelligente alla realtà. Le ricerche di psicologia animale riproposero la già accennata questione, se la condotta degli animali possa essere spiegata solo come un processo di regolazione chimico-fisica (teoria dei tropismi di Loeb), e l'altra connessa, relativa al livello della scala evolutiva, in cui si debba riconoscere come non più soddisfacente l'interpretazione dei tentativi di adattamento in termini di puro automatismo. Pavlov ha dato il seguente schema generale del funzionamento del sistema nervoso. Negli animali superiori e nell'uomo i primi contatti col mondo esterno sono regolati da centri sottocorticali, che presiedono ai riflessi incondizionati (istinti, tendenze, emozioni, ecc.). Gli emisferi cerebrali, esclusi i lobi frontali, sono la sede dei legami temporanei o "condizionati", che risultano da un processo di analisi e di sintesi degli eccitanti esterni e rendono possibile un migliore adattamento alla realtà. I lobi frontali infine, tipici dell'uomo, governano il processo di simbolizzazione verbale, in forza del quale diviene possibile la scienza, organo supremo dell'adattamento umano. Tale impostazione può essere assunta come premessa largamente condivisa da tutti gli indirizzi di ricerca impegnati nello studio scientifico del pensiero. Talune scuole, come soprattutto il comportamentismo, si sono sforzate di fare a meno della "nozione superflua" di coscienza e di studiare le attività psichiche superiori attraverso le loro manifestazioni obiettivamente constatabili e misurabili. Le funzioni dell'apprendimento, della memorizzazione e della discriminazione vengono ricondotte alle loro basi neurologiche e quantificate con tecniche opportune. Altre scuole psicologiche hanno considerato come qualità determinante il carattere di "attività finalistica" proprio del pensiero. Secondo la scuola di Würzburg (O. Külpe, K. Bühler, N. Ach, O. Selz, A. Messer, J. Lindworsky) le leggi delle operazioni del pensiero sono del tutto diverse da quelle dei processi sensoriali e immaginativi e implicano un tipo di determinismo particolare. Attraverso l'autosservazione sperimentale gli studiosi di tale indirizzo hanno constatato che l'attività razionale include, nell'atto stesso della formulazione del compito, l'anticipazione schematica dei termini della soluzione, il che imprime al pensiero un'attività già orientata, mai del tutto riducibile alla pura combinazione degli elementi rappresentativi. Su una linea analoga si muove la psicologia della forma (o scuola della Gestalt), fra i cui maestri il Wertheimer in particolare ha dedicato ai processi raziocinativi un'indagine considerata classica (Il pensiero produttivo, 1945). In psicoanalisi il pensiero latente indica il contenuto che è alla base della produzione onirica: i sogni sono la realizzazione mascherata dei desideri inconsci del sognatore. I pensieri latenti possono essere riportati alla coscienza attraverso l’interpretazione analitica. Anche la problematica tecnico- scientifica proposta dalla costruzione dei calcolatori e l'emergere come disciplina autonoma della ciberneticae poi dell’intelligenza artificiale sono infine da includere fra gli indirizzi di ricerca destinati a contribuire all'ampliamento e all'approfondimento della conoscenza dei meccanismi e delle strutture formali del pensiero. A partire dagli anni ’70 psicologi, linguisti, informatici, filosofi e neuroscienziati si sono resi conto sempre più chiaramente di formulare domande simili sulla natura della mente e del pensiero e hanno cominciato a unire i loro sforzi, attraverso convegni e centri di ricerca interdisciplinari: ne è nato un nuovo ambito di ricerca scientifica, che va sotto il nome di scienza cognitiva e che, in linea molto generale, cerca di studiare la mente umana (la percezione, il pensiero, la memoria, la comprensione del linguaggio, l’apprendimento e altri fenomeni mentali) come sistema complesso che riceve, immagazzina, recupera, elabora e trasmette informazione.

 

psicochirurgìa

psicochirurgìa s.f. Ramo applicativo della psichiatria preposto al trattamento chirurgico dei disturbi a carico dell'attività mentale.

La psicochirurgia, iniziata nel 1935 coi lavori di Egas Moniz, consiste essenzialmente in una serie di interventi chirurgici che, interrompendo le vie colleganti la corteccia dei lobi prefrontali al talamo, isolano la corteccia dagli impulsi abnormi provenienti dal talamo e dal diencefalo. Le tecniche attualmente applicate a tal fine consistono nella sezione delle fibre bianche che collegano la corteccia prefrontale al talamo (leucotomia o lobotomia a seconda dell'entità dell'intervento), nell'eliminazione di certe aree corticali (topectomia), nella coagulazione del talamo (talamectomia).

I trattamenti psicochirurgici trovano indicazioni in certe forme schizofreniche e anancastiche insensibili ad altre terapie.

psicosomàtico

psicosomàtico agg. Si dice dei rapporti tra l'attività psichica e la funzionalità degli apparati organici. Relativo a tali rapporti. (ll termine può essere applicato a un sintomo o a una sindrome funzionale in cui esista un'unità patologica tra segni di espressione psichica e segni di espressione fisica.)

L'evoluzione della medicina psicosomatica, che studia i rapporti profondi intercorrenti tra la vita psichica cosciente e non e le manifestazioni organiche, ovvero le malattie, è stata caratterizzata da diverse correnti: la scuola tedesca, orientata nel senso di una medicina antropologica; la scuola anglosassone, che ha operato un compromesso tra la psicoanalisi e il behaviorismo; la scuola sovietica che mediante le teorie di Pavlov tenta di ridurre le malattie a uno squilibrio di segnali eccitatori o inibitori. Compito precipuo della medicina psicosomatica è il trattamento delle malattie psicosomatiche, habitus patologici di lunga durata o malattie vere e proprie (eczema, asma, ulcera gastrica, tubercolosi) dovute alla particolare reattività del soggetto. Gli studi relativi all'azione dei fattori psichici sulla genesi di disturbi organici, particolarmente numerosi negli ultimi decenni, hanno messo in rilievo i rapporti esistenti tra un'azione stressante e l'ulcerazione della mucosa gastrica, tra le funzioni escrementizie e la struttura psicologica del malato. In certi casi sindromi come la costipazione o la diarrea sono espressione di nevrosi, di immaturità della personalità o di momenti di minor resistenza. La rettocolite emorragica, riconosciuta come una delle malattie più tipicamente psicosomatiche, sembra essere l'espressione di una immaturità globale dell'individuo. Tra le malattie delle vie respiratorie, particolare interesse riveste l'asma in quanto sembra che le emozioni potenzino l'azione degli allergeni o addirittura che rappresentino l'unico fattore scatenante le crisi. L'asma viene interpretata come una difesa messa in atto dal soggetto che si sente in condizioni di insicurezza o, talvolta, come indice di un conflitto tra il soggetto e sua madre. Anche le crisi di eczema sono l'espressione patologica che rivela situazioni conflittuali poiché la pelle, elemento "protettore" coadiuvante la difesa del soggetto contro gli stress, può risentire una situazione vissuta troppo drammaticamente, in cui lo stress assume un valore patologico, che si traduce nel disturbo cutaneo.

Le strette correlazioni psicosomatiche esistenti nel caso di malattie come l'ipertensione arteriosa e l'angina pectoris sono note da tempo, ma anche certe malattie ginecologiche, reumatiche, endocrine, oftalmiche, otorinolaringoiatriche, cefalee, emicranie, ecc. sono spesso legate a fattori psichici. Il trattamento di tali malattie è ovviamente quello dei disturbi organici e delle alterazioni psichiche; particolarmente utili a questo scopo si sono rivelati i trattamenti psicoterapici che, in certi casi, costituiscono il nucleo di tutta la terapia.

 

sógno s.m. (lat. somnium, da somnus, sonno). Insieme di immagini più o meno coerenti che si presentano alla coscienza durante il sonno: Fare un sogno che turba profondamente. Avere un sogno ogni notte. Sogno premonitore. Fig. Desiderio, speranza: Sogni di gloria. I sogni dell'adolescenza. Cosa, immagine vagheggiata: D La pura forma, la pura arte, il sogno di quel secolo o di quella società, la musa del Risorgimento (De Sanctis). Illusione, immaginazione priva di fondamento: La vita è un sogno. D Ecco quei che le carte empion di sogni, / Lancillotto, Tristano e gli altri erranti (Petrarca).

— L oc. div. In sogno, durante il sonno: Vedere in sogno una persona cara. Fig. Con l'immaginazione: D Ci fa vedere in sogno, seduta davanti alle scodelle fumanti, una patriarcale famiglia di dodici persone (Palazzeschi). Coronare il proprio sogno d'amore, convolare a nozze. Di sogno, bellissimo: Un panorama di sogno. È un sogno, di cosa, persona molto bella, che ha un fascino particolare: Un abito che è un sogno. Una ragazza che è un sogno. Neanche, nemmeno, neppure per sogno, assolutamente no, per dar forza a una negazione.

— Fisiol. e Psicol. Fenomeno psichico particolare verificantesi durante il sonno e dovuto a un indebolimento della coscienza, nonché all'attivazione dei processi psichici inconsci.

— Mitol. gr. e rom. Personificazione del sogno, immaginato come un piccolo genio inviato durante il sonno a un mortale da una divinità quale messaggero della sua volontà o dei suoi consigli.

Dizionario della Salute 2