Società Italiana
Medicina Psicosomatica
CONSENSUS STATEMENT
CONSENSUS STATEMENT su
MEDICINA PSICOSOMATICA e FORMAZIONE PSICOLOGICA DEL MEDICO
APPROVATO NEL MAGGIO 1997 E DEFINITO "CONVENZIONE DI PARMA"
a cura di
Ferruccio ANTONELLI e Massimo BIONDI
con la collaborazione di
Maurizio G. ARENA (Catania: con M. ASERO, F. BERRETTA, P.
CALIMERA)
Gastone BENATTI (Modena)
Stefania BORGO (Roma)
Giorgio CAVALLARI (Monza)
Lidio COLLU (Cagliari)
Claudio CORBELLINI (Pavia)
Romano DI DONATO (Pescara: con M. BARONE, A. CIARELLI, R. CROCE, L.
GRIGNOLI, C. NATARELLA)
Mauro ERCOLANI (Bologna)
Giovanni A. FAVA (Bologna)
Giuseppe GAROFALO (Genova)
Giorgio LOVERA (Torino)
Antonino MINERVINO (Parma)
Donato OTTOLENGHI (Monza)
Piero PARIETTI (Milano)
Ferdinando PELLEGRINO (Salerno)
Piero PORCELLI (Bari)
Tommaso REGAZZOLI (Brescia)
Marco RIGATELLI (Modena)
Giuseppe Alfonso ROGORA (Varese)
Tullio SEPPILLI (Perugia)
Giuseppe SPINETTI (Imperia)
Antonio SUMAN (Firenze: con A. COSSIDENTE, E. PANCONESI, G. SARTI,
R. SIMONCINI)
Ulrich WIENAND (Ferrara)
PREMESSA
La SIMP è stata costituita più di 30 anni fa (6.6.66) e, da
allora, è sempre rimasta il punto di riferimento della
psicosomatologia italiana. La sua rivista ("Medicina Psicosomatica")
e i suoi Congressi nazionali (finora 16) sono il monitoraggio degli
interessi culturali del suo migliaio di soci (medici di base,
psicologi, accademici, specialisti delle varie discipline mediche).
Negli ultimi dieci anni rivista e congressi sono stati
caratterizzati da una palese inversione di tendenza. Dai concetti di
psicogenesi e dallo studio delle cosiddette malattie psicosomatiche
l'interesse si è spostato su sempre più numerosi campi di
applicazione teorico-pratica della medicina psicosomatica. Gli
ultimi congressi si sono contraddistinti per la molteplicità di
simposi contemporanei su temi i più disperati e un tempo
imprevedibili. Sembra che ci siano tante psicosomatiche, o che tutto
sia psicosomatico, o che la psicosomatica sia tutto o quasi.
Ad occuparsi di psicosomatica ormai sono molti, ma si ha
l'impressione che ciascuno corra sulla propria corsia, ritenendola
prioritaria se non unica, ignorando o escludendo chi procede su
corsie parallele. C'è rischio di confusione, anche se non proprio di
caos, mentre ci sarebbe bisogno di una coralità di intenti per
favorire l'ulteriore sviluppo di una corrente di pensiero che, nel
giro di pochi lustri, si è trasformata, da piccolo seminario quasi
clandestino di pensieri innovativi, in un movimento culturale di
notevoli dimensioni.
Il C. D. della SIMP, nella riunione tenutasi a Trieste in occasione
del nostro XV Congresso nazionale, ha ritenuto opportuno deliberare
la stesura di un documento che definisca tutto il definibile, almeno
allo stato attuale, sulla medicina psicosomatica (definizione,
spazio culturale, nosografia, costrutti teorici, patogenesi,
diagnosi, prospettive terapeutiche, profilassi, riabilitazione,
bioetica) e sulla formazione psicologica del medico (psicologia del
rapporto medico-paziente, il primo incontro, i limiti peraltro non
esigui di intervento mediante il counseling e il problem solving).
Il C. D. ha affidato a noi l'oneroso onore di stilare una prima
bozza di tale documento, perché, in quanto direttori della Rivista,
abbiamo più dimestichezza con la letteratura e maggiore facilità di
accesso alla bibliografia internazionale. Si è volutamente ignorata
l'applicazione dei concetti psicosomatologici alle singole
specialità della medicina, non certo perché non sia importante
(tutt'altro: la MP è presente, talvolta massicciamente, in tutte le
specializzazioni medico-chirurgiche, ed anzi trae linfa vitale dalle
loro conferme) ma perché la nostra competenza è ovviamente limitata
ed avremmo commesso troppe omissioni nel tentativo di elencare tutte
le implicazioni psicosomatiche che solo gli specialisti delle
singole discipline sono in grado di evidenziare.
Questo documento è stato sottoposto a tutti i membri del
Parlamentino della SIMP (consiglieri nazionali eletti e cooptati,
coordinatori delle Sezioni Locali della SIMP e loro coadiuvatori) ed
ai componenti il Comitato Scientifico redazionale della rivista
"Medicina Psicosomatica", ed è stato ampiamente discusso nel corso
di una consensus conference durante il XVI Congresso della SIMP
(Parma 1997) dove ha avuto il consenso della SIMP, unica struttura,
benché non pubblica, ragionevolmente abilitata ad esprimerlo.
Si tratta della carta magna della psicosomatica, la sua "carta
d'identità", l'elenco dei motivi per cui esiste, i suoi limiti, le
indicazioni, i campi d'azione, i metodi di diagnosi e cura, di
prevenzione e riabilitazione, di ricerca e di formazione, il come e
il quanto può fare sul territorio il singolo medico veramente
motivato alla psicosomatica e dotato di formazione psicologica, e
quanto può fare l'accademico per incentivare la ricerca scientifica
e la formazione dei medici.
E' anche la base programmatica dei Corsi di psicosomatica
organizzabili dalle Sezioni Locali della SIMP.
E' importante sottolineare che questo documento è stato redatto in
uno stile volutamente diverso da quello tipico di un consensus
statement, privilegiando la comprensibilità immediata a formulazioni
più complesse e, per alcuni, sfuggenti. La ragione è che questo
statement è rivolto anche ai medici generici ed agli specialisti
delle varie branche della Medicina e della Psicologia.
Questo documento non intende offrire linee guida in ambito teorico,
diagnostico e terapeutico. Molti dei problemi descritti sono ancora
controversi e non si prestano a schematizzazioni. Il documento
riflette le discussioni che si sono svolte nell'ambito della SIMP
dalla sua fondazione. E' offerto come una proposta preliminare
(suscettibile di modifiche nel corso di successive edizioni), che
può facilitare il lavoro multidisciplinare in medicina.
Ferruccio Antonelli e Massimo Biondi
PARTE PRIMA
LA MEDICINA PSICOSOMATICA
1
DEFINIZIONI
1.1 La Medicina Psicosomatica (MP) è una corrente di pensiero che ha
l'obiettivo di:
a - riumanizzare il rapporto medico-paziente affinché il progresso
tecnologico sempre più sofisticato e la proliferazione di
specializzazioni sempre più dettagliate non facciano dimenticare o
trascurare l'Uomo che vive, con il suo carico di esperienze ed
emozioni, dietro le cifre e i referti di una cartella clinica
b - recuperare lo stile di un'arte sanitaria centrata più sul malato
che sulla malattia per cui si consideri l'ulceroso, l'infartuato, il
colitico, ecc. anziché l'ulcera, l'infarto, la colite, ecc.
c - restituire la giusta e opportuna dignità sia a chi soffre sia a
chi cura (4) affinché il paziente no 21 resti il Sig. Nome e
Cognome, e il medico non sia più declassato a burocrate della
ricetta e corra meno rischi di burn-out.
d - integrare, tra i fattori di rischio delle malattie fisiche, le
variabili di personalità, gli stili di vita, i modelli
comportamentali, le relazioni interpersonali.
1.2 La MP è lo studio delle reciproche interferenze tra vita
emotiva e fisiopatologia umana; uno studio reso
a - scientifico dall'applicazione dei concetti psicologici alla
clinica medica, e
b- pratico dall'introduzione delle tecniche psicodiagnostiche e
soprattutto psicoterapiche nell'ambito della medicina tradizionale
(4)
Il termine "psicosomatico/a" va scritto senza distacchi né trattino
(anche se quest'ultimo è stato usato per sottolineare non la
dicotomia ma il trait-d'union).
1.3 La MP è un modo di esercitare la medicina in qualunque sua
branca, e quindi non è una specializzazione.
Perciò non esistono specialisti in MP. Chi coltiva studi e svolge
ricerche, con particolari motivazioni, in MP, può definirsi
psicosomatologo ma non psicosomatista.
Scopo del movimento culturale definito MP è che tutti i medici siano
psicosomatologi. Quando ciò avvenisse la MP non avrebbe più motivo
di esistere: sarebbe come un razzo che ha illuminato il cielo ma
poi, spegnendosi, non serve più a nulla (5)
1.4 Con l'avvento della MP non si vuole correggere l'errore
dell'organicismo esasperato con l'altro errore di psicologizzare
l'intera medicina.
Nel primo trattato di MP nella storia della medicina Weiss e English
(psichiatra e psicoanalista il primo, clinico medico il secondo)
suggeriscono il concetto del quanto dell'uno e quanto dell'altro.
La MP si occupa (dice Halliday) di quei disturbi del corpo la cui
natura può essere apprezzata solo quando fattori emozionali (e cioè
eventi psicologici) vengono adeguatamente valorizzati insieme con
(letteralmente in addition) fattori biologici (e cioè eventi a
livello somatico).
2
SPAZIO CULTURALE
2.1 La MP non appartiene alla psichiatria anche se, nella sua
prospettiva terapeutica, si avvale di tecniche psicoterapiche e
psicofarmacologiche.
Perciò è giusto che venga insegnata nel settore delle Scienze del
comportamento umano (psicologia, sociologia, antropologia, etica,
ecc.) ed in quello della Fisiologia e patologia della mente umana
(psichiatria, psicologia clinica, psicoterapia, ecc.),
rispettivamente settori F e Q del "documento del Comitato Consultivo
dell'Unione Europea" (1992) a cui si sta adeguando la nostra tabella
XVIII (99)
2.2 La MP non appartiene alla medicina interna anche se dovrebbe
essere la chiave di lettura ottimale per interpretare l'agire
quotidiano del medico generalista (o di base) e il suo approccio al
paziente.
Secondo Sifneos (96) dovrebbe essere addirittura stabilita come
dipartimento a sé, indipendente da quelli di medicina e di
psichiatria, alla pari della neurologia e della ostetricia. A tale
dipartimento spetterebbe il servizio di consultation-liaison.
2.3 Lo spazio della MP non è ai margini (o in appendice) delle
singole specializzazioni della scienza medica, ma bensì le permea
tutte, capillarmente e universalmente, proprio come i neuroni sono
presenti nell'intero organismo.
La scienza sta dando ragione a Virgilio che, con intuito da poeta,
scrisse: "Spiritus intus alit, totamque per artus Mens agitat molem
et magno se corpore mescit". E gli antichi Scolastici confermavano:
"Anima humana est tota in toto corpore et in qualibet eius parte".
2.4 Le interferenze dello psichico sul somatico (e viceversa)
sono tali e tante da influire significativamente su tutti i livelli
dell'arte medica: prevenzione, terapia, riabilitazione.
Può essere utile un modello topografico (9): immaginiamo un
appartamento con un lungo corridoio su cui si aprono le porte delle
camere dei genitori, del figlio, della figlia, del nonno, ecc. Ogni
membro della famiglia può dire "questa è la camera mia". Il
corridoio è di tutti e di nessuno. Tra il corridoio e le stanze,
sotto ogni porta, c'è una soglia. Il corridoio è la psiche, ogni
stanza è un apparato. Le soglie sono il "trait-d'union
psicosomatico" nella fisiologia e nella patologia. Lavando il
pavimento del corridoio l'acqua può invadere, più o meno, una
stanza: cioè lo psichismo invade un apparato; forse lo lava, forse
lo sporca.
2.5 Le dinamiche della soggettività (e cioè lo psichico) si
costituiscono dentro precisi orizzonti socioculturali (condizioni
materiali e relazionali di esistenza, convenzioni istituzionali,
sistemi di valori e di mete culturalmente elaborati, ecc.) che si
configurano in modo diverso nei vari contesti e appaiono oggi quasi
ovunque in rapido cambiamento.
Ciò avvicina la psicosomatica all'antropologia medica in quanto
disciplina che esamina il versante socioculturale dei processi di
salute/malattia, le risposte conoscitive e operative che vi fanno
riscontro nei vari contesti, lo spessore culturale dei soggettivi
vissuti della patologia (Seppilli).
3
NOSOGRAFIA PSICOSOMATICA
3.1 E' psicosomatico qualunque evento fisiopatologico che sia in
rapporto con la psiche (Weiss e English).
Detto questo, l'elenco che segue sembra superfluo ma risponde alle
esigenze di completezza del consensus.
3.2 Fattori psichici che incidono sulla condizione fisica: il
DSM-IV ritiene di non poter dimenticare quelli che letteralmente
chiama "i disturbi che in passato si definivano "psicosomatici" o "psicofisiologici"
e li colloca in questa categoria spiegando che certi eventi, anche
privi di gravità obiettiva, ma vissuti con intensa emotività (p.es.
un gesto, una parola, una notizia, ecc.) possono provocare l'esordio
o l'esarcerbazione di un disturbo fisico, magari un unico sintomo
(come il vomito).
Secondo il DSM, esempi di condizioni fisiche per le quali questa
categoria può essere appropriata, ma senza limitarsi ad essi, sono:
cefalea da tensione, angina pectoris, dismenorrea, dolore
sacro-iliaco, neurodermatite, acne, asma, obesità, tachicardia,
aritmie, ulcera gastroduodenale, cardiospasmo, nausea e vomito,
colite ulcerosa, pollachiura, specie se tale correlazione temporale
si verifica ripetutamente.
3.3 Disturbi somatoformi (DSM-IV): "disturbi "fisici", con
negatività strumentale, concettualizzabili per mezzo di congetture
psicologiche".
a - Disturbo da dismorfismo corporeo (dismorfofobia) - Convinzione,
al limite del delirio, di imperfezioni di viso, naso, bocca, seni,
gambe, ecc.
Non rientrano in questa categoria il delirio dermatozoico (sindrome
di Ekbom, animaletti sotto la pelle), il delirio di negazione (s. di
Cotard, visceri putrefatti o atrofizzati), la sinistrosi
(enfatizzazione, a scopo di risarcimento, di danni da incidente), le
dispercezioni corporee (alterata correlazione tra corpo vissuto e
immagine del corpo come nell'anoressia nervosa): patologie di
stretta pertinenza psichiatrica.
b - Disturbo di conversione (o nevrosi isterica, tipo conversione).
Alterazione o perdita di un funzione, che suggerisce un disturbo
fisico, ma che invece è apparentemente l'espressione di un conflitto
o di un bisogno psicologico. Vi rientrano: paralisi, afonia,
convulsioni, discinesie, cecità, visione a tunnel, anosmia,
anestesie e parestesie, astasia-abasia; disturbi, in genere, di
breve durata, scatenati da situazioni di stress, con esordio e
risoluzione improvvisi. In questa categoria si possono aggiungere il
vomito psicogeno e la pseudociesi (gravidanza immaginaria o
isterica).
Agli inizi, la psicosomatica escludeva dalla propria nosografia i
fenomeni isterici ritenendo psicosomatici solo i disturbi a carico
della muscolatura liscia e pitiatici quelli della muscolatura
striata. Tale distinzione decade seguendo la definizione riportata
in 3.1.
c - Ipocondria (o nevrosi ipocondriaca). Corrisponde alla nevrosi
d'allarme neuroastenico della Scuola italiana (20) Patofobia (paura
di tumore, infarto, AIDS, ecc.) non delirante (il p. è consapevole
di supervalutare i suoi sintomi), focalizzata su un organo (nevrosi
cardiaca, nevrosi reumatica, colon irritabile) o generalizzata
sull'intero organismo (palpitazioni, floating o instabilità
dell'equilibrio come da galleggiamento, fame d'aria, bolo, tirature
nucali, parestesie, iperidrosi, infiniti "come se", difficoltà
alessitimica di spiegarsi) nel quadro tipico del "malato
immaginario". Tale disturbo si instaura spesso dopo l'esperienza di
un attacco di panico (un tempo definito "allarme acuto").
d - Disturbo di somatizzazione. Simile all'ipocondria ma più grave e
con decorso cronico seppure fluttuante. Storie cliniche colme di
esami, visite, ricette, ricoveri, interventi chirurgici. Le
lamentele più frequenti riguardano fastidi gastrointestinali,
mancamenti, testa confusa (o piena o vuota), difficoltà nella
deambulazione, problemi urogenitali (pollachiura, dismenorrea) e
psicosessuali (astenia, anedonia, calo di libido, dispareunia),
visione confusa, acufeni, pruriti, ansia, comportamento asociale con
difficoltà lavorative oltre che familiari e coniugali, e -
soprattutto e costante - uno stato depressivo per cui tale disturbo
viene definito anche "depressione mascherata".
Questi soggetti sono non-responder a qualunque trattamento,
angosciati dal ritornello "lei non ha niente", un po' soddisfatti
quando qualche medico li gratifica con diagnosi di comodo (tipo
artrosi cervicale o ernia jatale); spesso si presentano ai tanti
medici che consultano con elenchi dettagliati di sintomi (Charcot li
chiamava: malade au petit papier).
e - Disturbo da dolore somatoforme (disturbo algico, pain disorder).
Dolori sine materia (psicalgie), non giustificati da reperti
obiettivi clinici o strumentali, che mimano entità nosologiche note
(tipo sciatica o angina) o che non corrispondono all'anatomia
(dolori a guanto o a calza). Rientrano in questa categoria molti
casi di low back pain, le nevrosi post-traumatiche psicogene, la
sindrome dell'"arto fantasma" (dolore urente all'arto amputato), i
dolori boccali da mancato adattamento alla protesi dentaria, le
fibromialgie, la glossodinia (bruciore delle fauci).
f - Disturbo somatoforme indifferenziato. Questa categoria raccoglie
casi-limite che non rientrano nei quadri clinici suddetti ma che
presentano disturbi parimenti ingiustificati ed esasperati, come
grossolana astenia o adinamia (da non confondersi con la sindrome di
astenia cronica o chronic fatigue syndrome), difficoltà a deglutire,
laringospasmo, bruxismo, eccessive eruttazioni, suoni compulsivi con
bocca e/o naso tipo tic, stranezze deambulatorie, pseudo torcicollo
spastico, tremori, balbuzie.
g - Disturbi fittizi con sintomi fisici, prodotti o finti dal
soggetto (che è compulsivamente incapace di evitarli pur essendo
consapevole dei rischi) per il raggiungimento di obiettivi inconsci.
Non è simulazione ma bisogno di fare il malato. Esempi:
tricotillomania, patomimia, ferite da grattamento, ascessi da
iniezione intradermica di saliva, e soprattutto la sindrome di
Münchausen, disturbo cronico con molteplici ricoveri e interventi
chirurgici ("addome a graticola") per dolori addominali presentati
in modo drammatico e urgente, vomito, perdite di coscienza,
emottisi, febbre, rash, sanguinamenti.
h - Disturbi alimentari psicogeni. Alternanza di episodi di
anoressia e bulimia, fame nervosa, binge-purge syndrome (= abbuffata
e successiva "purificazione" con vomito provocato).
3.4 Reazioni psicosomatiche. Sono fenomeni a corto circuito,
transitori, ai limiti della patologia, determinati da un
evento-stimolo, che hanno un contenuto emotivo in rapporto di
derivazione comprensibile con l'avvenimento causale e che seguono
cronologicamente l'evento, cessando con la cessazione di questo.
Nelle reazioni psicosomatiche manca una elaborazione intrapsichica
dell'evento, e la partecipazione della personalità è limitata.
Esempio tipico è la reazione di spavento-paura (spavento è la
percezione sensoriale improvvisa di minaccia, paura è la
comprensione del pericolo corso o incombente): tachicardia, iperpnea,
ipertensione, sudore freddo, tremore, svenimento, rossore o pallore
del viso (e contemporanee iperemia o ischemia della mucosa del
colon), "pugno sullo stomaco".
La reazione psicosomatica può essere immediata ma anche ritardata.
A molti life events stressanti la reazione si manifesta dopo un
"periodo di latenza": "quando credevo di aver superato l'evento ho
cominciato a sentirmi male". Sembra che la somatizzazione possa
realizzarsi solo dopo che si sono affrontati i problemi più urgenti
e concreti creati dall'evento. Frequente reazione psicosomatica è la
sindrome di insicurezza organica per mancato recupero dopo un
trattamento (chirurgico o con antibiotici) che troppo in fretta
restituisce alle società un soggetto che non sta ancora bene.
La reazione psicosomatica può anche provocare, seppure raramente,
grossi danni persino letali.
Esempi. L'infarto che colpisce il tifoso che segue sugli spalti
un'azione di gioco. Il cancro che distrugge in pochi mesi il grosso
personaggio che ha appena perduto drammaticamente potere, prestigio,
onorabilità, fama. Il crepacuore che uccide chi è appena rimasto
vedovo. La canizie improvvisa che colpì Tommaso Moro e Ludovico
Sforza appena seppero di essere stati condannati a morte.
3.5 Psicosomatosi (o malattie psicosomatiche o nevrosi d'organo).
Il passaggio da reazione a malattia è determinato dalla
cronicizzazione sia dello stimolo emotivo (che, da "evento", diventa
"situazione") sia della correlata risposta dell'organismo.
Esempio: la fisiologica reazione ipertensiva da tamponamento si
risolve spontaneamente in pochi minuti; ma se un soggetto è
metaforicamente "tamponato" di continuo da una insopportabile
situazione di disagio, sul lavoro o in famiglia, sarà in perenne
allarme, e la sua pressione arteriosa si stabilizzerà
pericolosamente su livelli elevati determinando una ipertensione
arteriosa psicosomatica.
Nella malattia psicosomatica la situazione-stimolo subisce
un'elaborazione intrapsichica (meccanismo che la vecchia
terminologia psichiatrica italiana definiva psicogenetico in
contrapposizione a quello psicogeno del corto circuito) che chiama
in causa la personalità. Da qui il valore della personalità
premorbosa (Dumbar) come "precursore" di malattia e quindi il
significato degli interventi preventivi e psicoterapici per
modificare le abitudini di vita.
Agli inizi della MP si sono definite "psicosomatiche" alcune
malattie nelle quali i fattori emozionali apparivano etiologicamente
prevalenti o precipitanti: coronaropatie, ipertensione arteriosa,
asma, colite, alopecia atopica, dismenorrea, ecc.
Ma poi il concetto di psicogenesi è stato ridimensionato poiché
molte ricerche hanno dimostrato che le variabili psicologiche e
sociali sono una classe di fattori etiologici in tutte le malattie,
anche se il loro peso relativo può variare da malattia a malattia,
da un individuo all'altro, e da un episodio all'altro della stessa
malattia nella stessa persona (65). Già nell'80 Fava titolava un
paragrafo di una sua relazione "Un requiem per la malattia
psicosomatica".
In effetti oggi non è più in uso (né corretto) parlare di malattie
psicosomatiche. In tutte le malattie esiste potenzialmente una
componente psicosomatica per la quale si richiede un approccio di
tipo psicosomatico. Per indicare la presenza di una significativa
componente nella patogenesi di una malattia è preferibile parlare di
psicosomatosi.
Altro ridimensionamento riguarda il termine "nevrosi d'organo". I
più recenti studi di psicoanalisi hanno individuato nei pazienti
psicosomatici un disturbo primitivo di personalità molto più vicino
al disturbo borderline che alla nevrosi.
4
COSTRUTTI TEORICI
4.1 Come ogni disciplina scientifica la MP possiede modelli
etiopatogenetici che sono frutto di ipotesi, ricerche, verifiche, e
che propongono sempre nuovi modi di descrivere, interpretare,
comprendere le cause (etiologia) e la dinamica (patogenesi) di un
fenomeno.
L'acquisita certezza della polifattorialità del fenomeno
psicosomatico, oggi definito biopsicosociale, ha annullato la
precedente suddivisione dei modelli in: psicologici (o psicodinamici),
psicobiologici, sociali.
Alcuni dei principali modelli della MP sono qui elencati nell'ordine
approssimativamente cronologico con cui sono stati consegnati alla
letteratura.
4.2 Modello psicoanalitico. Anche se le interazioni psicofisiche
si conoscevano da tempo è alla psicoanalisi che dobbiamo un notevole
contributo alla nascita della psicosomatica, da quando Freud
introduce la nozione di inconscio nella scienza medica ("i processi
psichici riposano sull'organismo") e distingue nel sintomo un
aspetto psicologico (che considera suo campo di studio) ed uno
organico (che non può affrontare).
Il vero fondatore della psicosomatica è lo psicoanalista Alexander.
Dagli anni '30 ai '60 la psicosomatica è stata studiata in chiave
prevalentemente psicodinamica, ma con risultati terapeutici
deludenti. Il maggior limite degli analisti è stato l'aver creduto
di poter dare una spiegazione, tratta dalla teoria della nevrosi, ad
alcune malattie fisiche passando indifferentemente dal fisiologico
allo psicologico e viceversa. Importante é stato poi il contributo
di Balint che ha enfatizzato l'interazione medico-malato
valorizzando l'utilizzo, da parte del medico, della sua stessa
personalità nel rapporto col paziente.
4.3 Specificità di conflitto (Alexander, 1946). Come il riso è la
risposta alla gioia e il pianto al dolore, così l'ipertensione lo è
alla collera e alla paura, l'ipersecrezione gastrica all'emergenza,
l'asma all'impulso inconscio e represso di gridare per chiedere
l'aiuto della madre, e così via. Nasce il linguaggio simbolico degli
organi (accantonando la teoria adleriana del locus minoris
resistentiae, o meiopragia d'organo, per cui eventi stressanti
farebbero ammalare l'organo più vulnerabile) (1).
Il simbolismo del sintomo, spesso gradito dal paziente, è seguìto da
vari cultori della short psychotherapy (suggerita da Alexander) i
quali perciò contestano l'uso di farmaci sintomatici, come gli
epidemiologi sono contrari all'antibiotico ad ampio spettro
somministrato prima di scoprire il motivo dello stato febbrile. La
teoria è valida in senso psicoterapico ma risulta spiazzata nei
casi, non rari, di symptom displacement = cambio del sintomo.
Oggi il simbolismo è considerato da alcuni psicoterapeuti come la
chiave di lettura per interpretare i sintomi. Però i sintomi non
sono frutto del paziente, il quale è incapace di elaborazioni
simbolico-fantasmatiche (96, 73); ed è proprio per questa incapacità
che egli sviluppa un sintomo somatico.
4.4 Specificità personologica (Dunbar, 1947). Ci aveva già
pensato Ippocrate con i suoi quattro umori: sanguigno, flemmatico,
bilioso, melanconico. In effetti esistono caratteristiche comuni a
tutti i coronaropatici (personalità di tipo A di Friedman (44), a
tutti i cancerosi (tipo C (49) da cancer) così come sembrano simili
tra loro gli ulcerosi, i colitici, i collezionatori di incidenti (accident
proneness (10). La Dunbar ha confermato scientificamente, con
batterie di test, tali osservazioni, ed ha stilato una serie di
profili caratterologici riconosciuti costanti tra gruppi di pazienti
affetti da una stessa malattia. La psicosomatosi sarebbe dunque una
sorta di predisposizione che particolari eventi possono
slatentizzare e trasformare in malattia (39).
La teoria è valida ai fini di un intervento psicoterapico mirato a
cambiare determinate abitudini di vita che possono essere
antieconomiche e patogene.
4.5 Modello familiare sistemico (Meissner e Minuchin, 1966). Il
paziente psicosomatico avrebbe un'immaturità proporzionale al suo
grado di coinvolgimento emotivo nelle interazioni familiari, ed una
instabilità emozionale che è condizionata dalla instabilità delle
relazioni tra i membri della famiglia; perciò una disorganizzazione
nel gruppo familiare rompe l'equilibrio del paziente e produce in
lui uno "scompenso somatico". Questo disturbo rischia poi di essere
cronicizzato per essere utilizzato come comunicazione all'interno
della famiglia. La sua soluzione è possibile solo con una
psicoterapia familiare (77, 79).
Gran parte della pediatria psicosomatica si spiega con la
triangolazione di un conflitto tra i genitori ai danni del membro
più debole della famiglia che diventa vittima del conflitto e
portatore del sintomo.
Mai come nel bambino ogni evento morboso è "psicosomatico". La
visione genetica della psicosomatica permette una stimolante chiave
di lettura. Nel bambino la comunicazione inizia dai messaggi
corporei motorio-sensoriali per giungere a quelli verbali-affettivi,
trasformazione che è mediata dalla funzione materna. Nei casi di
fallimento dei processi introiettivi, il disturbo psicosomatico,
negli aspetti genetici e relazionali, è interpretabile come ritorno
ad un'espressività corporea di un disagio o di una sofferenza che
non è possibile esprimere mentalmente. Questa impostazione ha
ricadute nell'affrontare i trattamenti terapeutici sia dei bambini
che degli adulti.
4.6 Giving-up given-up complex (Schmale e Engel, 1967). Il
modello si riferisce al tipico quadro del paziente che, in
conseguenza di gravi perdite o di eventi che lo schiaccino
inducendolo alla resa, percepisce se stesso come ormai incapace di
ogni controllo su di sé o sull'ambiente, oscillando tra il
sentimento di abbandono, con il senso di mancanza di qualunque
possibilità di aiuto dal mondo (helplessness), e il sentimento di
disperazione per cui tutto è ormai inutile (hopelessness), niente è
più possibile, una frattura incolmabile separa il passato dal
futuro. Si prevedono tre sbocchi possibili a questo "given-up
complex": o qualcosa cambia nell'ambiente o nell'individuo e questi
recupera la sua normalità, oppure intervengono modificazioni
psicopatologiche e il soggetto ammala psichiatricamente assumendo
comportamenti devianti, oppure egli sviluppa una malattia somatica
(91).
Ne deriva la considerazione che ogni grave evento stressante (p.es.
un lutto) costituisce un notevole fattore di rischio, almeno per
alcuni mesi, esaltando la vulnerabilità ad ammalare. Da ciò deriva
un duplice messaggio pratico. Primo, l'opportunità di un sostegno
psicologico precoce e costante per ogni individuo in crisi; secondo,
massima attenzione a controllare tutti gli altri possibili fattori
di rischio per controbilanciare l'accentuazione del rischio
psicologico.
4.7 Complementarità psicofisiologica (Bahnson, 1969). Lo stress
provoca una regressione che può essere comportamentale o somatica a
seconda di come vengono utilizzate le difese del soggetto: nel primo
caso prevalgono le difese proiettive e di spostamento che
coinvolgono il livello dei rapporti interpersonali, e l'esito è la
nevrosi, e persino la psicosi; nel secondo prevalgono le difese di
tipo rimozione-diniego (repression-denial) che indirizzano
all'interno del corpo la scarica della regressione, con esito in
isteria, psicosomatosi, malattie organiche, cancro. Nel modello dei
Bahnson il cancro appare come alternativa complementare alla
psicosi, mentre la malattia psicosomatica sembra essere, insieme,
un'alternativa ad ogni patologia di tipo mentale, e una seconda
linea di difesa (dopo la nevrosi) contro la neoplasia (11).
Questa teoria rinnova l'invito a rispettare il sintomo e suggerisce,
all'intervento psicoterapico, di puntare alla mobilizzazione di
meccanismi difensivi più economici.
L'alternativa di Bahnson è confermata dalla rarità di disturbi
psicosomatici negli psicotici (43, 69).
4.8 Alexithymia (Sifneos, 1967) letteralmente significa emozione
senza lessico, cioè incapacità ad esprimere verbalmente le proprie
emozioni: l'attenzione è interamente centrata sugli oggetti e sulla
realtà esterna; funzionalmente la neocorteccia predomina sul sistema
limbico; manca ogni integrazione tra componenti intellettive ed
emozionali (95).
4.9 Pensiero operatorio (Marty, 1971) (pensée operatoire): il
paziente psicosomatico è incapace di elaborare i conflitti a livello
mentale, è privo di vita fantasmatica, carente di sogni, incapace di
stabilire un transfert; ha un pensiero pragmatico, rivolto
esclusivamente al presente, alla realtà concreta, senza rapporti con
fantasie inconsce; sembra più lo spettatore che il protagonista
della sua vita. L'incapacità a gestire i conflitti, non potendosi
legare in formazioni nevrotiche, tende a scaricarsi primitivamente e
distruttivamente a livello somatico portando alla formazione del
sintomo (75).
Lo spunto pratico che deriva dai modelli dell'alexithymia e del
pensiero operativo consiste nel considerare il paziente
psicosomatico molto diverso da un comune nevrotico e quindi nel
trattarlo con mezzi più adeguati quali il counseling, la behavior
therapy, il training autogeno, l'ipnosi, la psicoterapia di
sostegno, privilegiando queste tecniche ad ogni psicoterapia
dinamica.
4.10 Modello psicosociale (Levi, 1972). Si riallaccia
storicamente alle ricerche di Cannon (1929), Wolff (1950), Selye
(1957). Gli "stimoli psicosociali" incidono sul "programma
psicobiologico" dell'individuo (e cioè il suo patrimonio genetico e
di esperienze infantili) e possono provocare dei "precursori di
malattia" (che, alla lunga, portano alla "malattia somatica")
attraverso una serie di "variabili interagenti" che altro non sono
che le varie alterazioni specifiche, a carico di organi e funzioni,
conseguenti alla aspecificità dello stress. Il modello psicosociale
di Levi offre una visione nuova della psicosomatica, non più
limitata nella prospettiva della reazione individuale alle emozioni
ma vista in individui immersi nella loro realtà sociale ed
ambientale (64).
Ciò dà vita, tra l'altro, alla branca psicosomatica della medicina
del lavoro, e nuova luce alle malattie professionali (manager's
disease), ovvie conseguenze delle dimostrate alterazioni, per causa
del lavoro, dell'attività cardiocircolatoria, del metabolismo e
dell'apparato endocrino.
Si è fatta una classifica dei lavori in ordine al loro potenziale
patogeno. Si sono anche ridimensionati alcuni pregiudizi: p.es. si è
riabilitata la catena di montaggio, la cui noia pare sia più
riposante che alienante (38) e si è anche accertato che il lavoro
giova alla donna dimezzando il rischio di malattie (15).
E' emersa tutta una patologia della solitudine (8, 48): l'indice di
mortalità raddoppia se mancano legami di attaccamento (31); i
singles, i separati, i vedovi sono più vulnerabili dei coniugati
(57); meno vulnerabili sono viceversa coloro che vivono in famiglia
o che frequentano associazioni volontaristiche, club, comunità ed
altre "agenzie di sicurezza" (18).
E' emersa pure una patologia da lutto: il 40% dei vedovi si ammala o
muore (di crepacuore, broken heart) nei primi sei mesi (84); nel
primo anno di lutto la morbilità e la mortalità dei familiari
superstiti è di sette volte superiore alla media (54).
I fattori sociali sono talmente importanti che Kleinman pensa che la
MP dovrebbe chiamarsi sociomatica. Egli enfatizza il valore della
disponibilità al rapporto interpersonale (space between us) e
dell'amore ("di non amore si muore").
4.11 Hardiness (Kobasa, 1979). Letteralmente significa ardìre,
vigore, resistenza. E' alla base del coping che significa
fronteggiare, lottare con successo. Una valida rielaborazione
cognitiva può ridimensionare l'evento stressante ed evitare che esso
destabilizzi l'omeostasi e faccia ammalare. Componenti dell'hardiness
sono il commitment (impegno, autostima, coinvolgersi attivamente in
ciò che si fa o che interessa), il control (controllo delle
"proprie" capacità di adattamento), lo challenge (sfida: la
normalità sta nel cambiamento più che nella stabilità; l'evento
stressante è una possibilità di crescita più che una minaccia alla
sicurezza). Individui con "bassa hardiness" sono i più vulnerabili
alle psicosomatosi da eventi stressanti (60).
Più che un modello etiopatogenetico è la falsariga di un progetto
psicoterapico di sostegno e di riadattamento.
4.12 Modello psicosomatico (Pancheri, 1980). Tenta una sintesi
tra i vari modelli. Ogni stimolo, sia esso sociale e/o individuale,
produce modificazioni psicologiche e biologiche determinate dal
programma psicobiologico dell'individuo, con esito in patologia
mentale oppure somatica. Il passaggio dallo stimolo alla malattia
avviene attraverso cinque fasi: 1) imprinting o registrazione nella
memoria emozionale, a livello limbico-ipotalamico, di stress
infantili, 2) strutturazione di uno stile personale di risposta
(somatica o comportamentale) agli stress, 3) riattivazione
emozionale in presenza di nuovi stimoli, reali o simbolici, 4)
precursori della malattia (disfunzione), 5) malattia psicosomatica
(82).
Questo modello ha il suo interesse nel fatto che copre vari livelli
di analisi della psicosomatosi (livelli psicosociale, psicologico,
biologico, clinico) indicando le potenzialità operative della
medicina psicosomatica lungo l'intero iter della malattia, dalla
prevenzione alla terapia.
4.13 Brositimia (Antonelli, 1981). Letteralmente significa
sentimento ingoiato, dal greco brozo = ingoio (da cui brosis =
cibo). Si riferisce ad una frequente espressione dei malati
psicosomatici: "io sono nervoso dentro, sicché neanche sembro
nervoso. Io non reagisco, non strillo, io mando giù". Quasi si
compiacciono nel dirlo. Ma questo stile di vita è il principale
responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della
somatizzazione dell'ansia (6).
"Mandare giù" ricorda la tecnica dello struzzo. Non risolve i
problemi ma li dirotta all'interno lasciandoli insoluti. E l'ansia,
sofferenza dello spirito, si aggiunge così alla somatizzazione,
sofferenza del corpo. Rivelare al paziente la diagnosi di brositimia
può aiutarlo a capirsi e ad aprirsi, favorendo così un approccio
psicoterapico altrimenti inaccettato.
4.14 Eco-Biopsicologia (Frigoli e coll., 1987). Introduce
l'ermeneutica funzionale come metodo di interpretazione dei
correlati fra psiche, bios e sistema ecologico. In quest'ottica
l'analogia e il simbolo vengono utilizzati come strumento operativo
per porre in relazione i codici semeiologici delle infinite forme
del mondo vivente (aspetto ecologico) con gli analoghi linguaggi del
corpo umano (che nella sua ontogenesi riassume la filogenesi del
mondo biologico) per poi ritrovare tale relazione tra "mondo" e bios
umano, negli aspetti psicologici e culturali dello stesso, grazie ai
miti, alla storia delle religioni, e alle immagini collettive
dell'umanità (aspetto psicologico). Si creano così i presupposti per
una "fisiologia psicosomatica simbolica".
5
PATOGENESI
5.1 La chiave di volta di ogni processo psicosomatico è quello che
Freud definì il salto dallo psichico al somatico ma non lo spiegò.
Né, dopo di lui, è stato mai possibile, finora, fornire una
spiegazione univoca e convincente.
Esempio tipico è il pianto. Un triste evento, esterno all'Io,
colpisce emotivamente l'individuo abbassandone il tono dell'umore
(depressione, dolore morale) e alterandone il comportamento
(rallentamento ideomotorio), ma coinvolge determinate strutture
(ghiandole lacrimogene) somatizzandosi in lacrime.
La spiegazione del fenomeno è tuttora così complessa da aver dato
vita ad una nuova branca della scienza medica definita
psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI). Ecco, sintetizzate, le
teorie in proposito.
5.2 Lo studio della mediazione tra cervello, vita emozionale e
modificazioni dei principali sistemi biologici dell'organismo (24) è
andato sviluppandosi sempre più a partire dagli anni '30 ad oggi,
fino ad arrivare ad una vera e propria fondazione delle basi
scientifiche della psicosomatica attraverso l'identificazione di
precisi canali del rapporto mente-corpo.
Forte delle concezioni dell'anatomopatologia e della istopatologia,
delle vittorie assicurate con la microbiologia e l'igiene, la
medicina all'inizio di questo secolo proseguiva in una visione del
corpo quasi esclusivamente orientata in senso somatico, con il corpo
concepito come complesso meccanico, da studiare e riparare come un
motore. La vita psichica apparteneva ad altri ambiti, e la
psicologia era ancora, per i più, un campo astratto e poco distinto
rispetto alla filosofia.
Alcuni primi studi negli anni '30 dimostrarono in modo convincente
che il corpo, durante gli stati emozionali, mostra consistenti
modificazioni a carico di visceri e vasi, e di varie sostanze.
Nonostante secoli di cultura medica associassero senza difficoltà
fattori affettivi e modificazioni somatiche, solo allora cominciava
praticamente, per la medicina psicosomatica, un lungo e suggestivo
cammino per dimostrare che gli stati emozionali hanno correlati
continui, intensi e talora imponenti, nella fisiologia
dell'organismo, seguendo una lunga catena di eventi a partire da
alcune aree corticali, dal cervello limbico (definito negli anni '40
come cervello viscerale o emozionale), al complesso
ipotalamo-ipofisario, fino ai sistemi neurovegetativo,
neuroendocrino e immunitario.
Gli anni dal '40 al '60 sono stati quelli di studio del sistema
neurovegetativo. Franz Alexander propose che stati emozionali
conflittuali fossero implicati nell'etiopatogenesi di varie malattie
psicosomatiche attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo
(SNV).
Propose anche che i due diversi compartimenti del SNV, l'ortosimpatico
e il parasimpatico, fossero implicati in malattie diverse, ad
esempio il parasimpatico nell'ulcera peptica e l'ortosimpatico
nell'ipertensione essenziale. Tuttora molte delle sue intuizioni
restano valide, anche se necessariamente rivedute e aggiornate.
Attualmente, il fatto che stimoli emozionali possano produrre
modificazioni della frequenza o dell'attività cardiaca, della
pressione arteriosa o della vasomotilità, dell'attività
elettrodermica, della pupilla o della secrezione e motilità
gastrointestinale e di organi sessuali è chiaramente riconosciuto e
accettato.
Vent'anni di studi, tra il 1970 e il 1990, hanno chiarito che
sensibile alle reazioni emozionali non è solo il sistema nervoso
vegetativo ma anche, e notevolmente, il sistema endocrino:
praticamente tutti gli ormoni (ACTH, cortisolo, GH, prolattina, LH,
testosterone e altri ormoni sessuali) rispondono a sollecitazioni
emozionali, mentre i neuropeptidi appaiono sempre più come il punto
di contatto tra cervello e organismo, tra mente e corpo.
La psiconeuroendrocrinologia ha ampliato le conoscenze sviluppate da
Selye negli anni '40 con gli studi sullo stress29.
L'asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene, attraverso il CRF (Fattore
per il Rilascio della Corticotropina (CorticoTropin Releasing Factor,
CRF), l'ormone adrenocorticotropo (ACTH) e il cortisolo, resta
sempre il più importante nella risposta dell'individuo ad agenti
stressanti sia fisici che psicologici. CRF ed ACTH possiedono
inoltre importanti azioni a livello centrale. Il CRF ha numerose
azioni comportamentali, come l'ACTH. Cortisolo ed ACTH si elevano
nello stress ma si riducono nel corso di un trattamento di
rilassamento con biofeedback.
Il sistema ipotalamo-midollosurrenale è il secondo sistema per
importanza. Agisce molto prontamente: nell'arco di uno-due minuti
dopo uno stimolo emozionale sono rilevabili nel sangue elevazioni
consistenti di catecolamine. Di recente si è scoperto che la
ghiandola midollare surrenale è una importante fonte anche di
peptidi oppioidi, le met-enkefaline.
L'asse ipotalamo-ipofisi-GH è altrettanto importante: fondamentale
effetto psicosomatico è il cosiddetto nanismo iposomatotropico
reversibile, in bambini istituzionalizzati, dove il ritardo della
crescita staturale è secondario alla mancanza di GH: il GH viene
nuovamente secreto in seguito a contatto affettivo.
L'asse ipotalamo-ipofisi-gonadi è molto sensibile a stimoli
dell'area sessuale: LH e testosterone nell'uomo aumentano in seguito
a stimoli visivi di natura sessuale (a volte anche un colloquio),
mentre si riducono in seguito a situazioni di stress dove il
soggetto percepisce una minaccia a sé.
L'asse ipotalamo-ipofisi-prolattina non è implicato come si credeva
un tempo solo nell'allattamento, ma è attivato nelle condizioni di
stress sia nell'uomo che nella donna. Molti disturbi (amenorree,
dismenorree) su base psicogena sono probabilmente mediate da anomale
elevazioni della prolattina stress-indotte.
Un'altra area in attivo sviluppo e che completa il quadro delle
connessioni tra vita psichica e somatica sono i neuropeptidi.
Ne sono stati riconosciuti oltre 40. Presenti nel cervello e in vari
distretti ed organi periferici, molti di essi (ad esempio il CRF, i
peptidi oppioidi endogeni come le endorfine e le enkefaline, l'LH-RH,
il TRH, i peptidi gastrointestinali, il neuropeptide Y, fino ai
peptidi immunomodulanti), hanno importanti azioni di modulazione
delle funzioni nervose e metaboliche. Pressoché tutti estremamente
sensibili a stimoli e situazioni di stress emozionale, rappresentano
un ulteriore importante strumento per comprendere le interazioni
mente-corpo sia nell'ammalare che nel guarire psicosomatico.
Negli anni '80, poi, le scoperte sono proseguite: anche il sistema
apparentemente più lontano, il sistema immunitario, risulta con
strette, molto strette, connessioni con il sistema nervoso e molto
sensibile allo stress.
Com'è noto, animali stressati (ad esempio ripetutamente spaventati)
producono meno anticorpi e spesso si ammalano con più facilità
rispetto ad animali di controllo non stressati. Lo stress può
indurre aumentata mortalità in seguito all'esposizione ad agenti
infettivi. La NASA ha studiato le modificazioni del sistema
immunitario negli astronauti sottoposti al forte stress psicofisico
del lancio e del rientro. Persone in lutto per la morte di un
proprio caro risultano immunodepresse.
La connessione tra cervello e sistema immunitario è assicurata da
molte vie. I linfociti hanno recettori per la maggior parte dei
neuropeptidi ed ormoni dello stress, anzi essi stessi producono ACTH
ed endorfine. Vengono così gettate le basi della
neuroimmunomodulazione ed è nata la psiconeuroimmunologia (26).
6
DIAGNOSI
6.1 La diagnosi di disturbo psicosomatico è piuttosto facile. Basta
evitare due errori:
a - uno è quello che ha caratterizzato la medicina esasperatamente
organicistica (durata un buon secolo: dalla seconda metà dell'800
alla prima metà del '900) per cui il solo "pensare" a qualcosa di
funzionale era quasi un'eresia. Agli inizi della MP la diagnosi di
psicosomatosi era consentita solo per esclusione e mai per elezione;
b - l'altro errore è quello di sopravvalutare l'ipotesi psicogena
tralasciando esami più accurati.
Frugoni, pur sostenendo che "il malato non solo è un corpo fisico ma
un essere pensante e sofferente", diceva ""io ho compiuto gli errori
più gravi quando ho considerato un p. come funzionale" (2). Ciò oggi
sarebbe difficile dati i progressi della tecnologia: TAC, ecografie,
scopie, rivelano anche i tumori che avrebbero potuto sfuggire al
classico esame clinico-semeiotico.
6.2 In MP la diagnosi è frequentemente dichiarata dal p. stesso
che magari è restìo a definirsi malato ma quasi compiaciuto di
ritenersi "stressato".
6.3 Tuttavia la MP dispone di un apprezzabile bagaglio
psicodiagnostico (50) che serve soprattutto a quantizzare: sintomi
(quali l'ansia e la depressione), tratti di personalità (compresi l'alexithymia
e le personalità di tipo A (coronaropatici), C (cancer), T
(thrilling), il peso degli eventi, il grado di supporto sociale, le
modalità di comportamento e di difesa.
L'uso di questi reattivi consente di
a - confermare strumentalmente l'ipotesi psicosomatica del disturbo
b - stilare un profilo psicofisiologico del p. in cui egli stesso
potrà scoprire quali elementi antieconomici sia opportuno cercar di
eliminare o attutire
c - verificare, mediante ri-test a distanza, il grado del
miglioramento
d - avvicinare in modo soft il p. alla psicologia sul piano della
curiosità e non su quello di un temuto "salto nel buio" generatore
di resistenze alla psicoterapia.
e - disporre di dati numerici per ogni tipo di ricerca.
Di particolare utilità, già a livello di primo incontro con il
medico di base, è il test MHQ (Middlesex Hospital Questionnaire) che
consiste in 48 domande a cui il p. risponde si-talvolta-no e che
quantizza nel giro di pochi minuti i livelli di ansia, depressione,
fobie, ossessività, somatizzazioni, isteria. Il test fu adottato nel
Middlesex Hospital, per accertare subito, già all'ingresso del p. in
ospedale, l'eventuale bisogno del videat psichiatrico.
7
PROSPETTIVE TERAPEUTICHE
7.1 La MP è praticamente nata quando ha saputo e potuto confermare
l'antico e indiscusso concetto della "malattia ex-emotione" offrendo
ragionevoli spiegazioni patogenetiche e, soprattutto, convincenti
strumenti terapeutici.
7.2 Ogni fenomeno psicosomatico è caratterizzato da una causa
psicologica e da un effetto somatico.
Se la causa di un disturbo è psichica, è su quel piano che bisogna
intervenire e cioè con terapie psicologiche, anche se poi il
disturbo si somatizza.
Ma se l'effetto del disturbo consiste in una disfunzione a livello
di qualunque organo, è necessario associare opportuni sintomatici,
anche perché questa è la specifica ed urgente richiesta da parte del
malato.
Per abbattere un aereo occorrono missili e non siluri. Ma se la
bomba lanciata dall'aereo ha provocato un incendio c'è bisogno pure
degli estintori.
7.3 Psicoterapia. Il termine psicoterapia comprende l'insieme
degli strumenti psicologici che possono essere utilizzati a scopo
terapeutico (51).
La psicoterapia non ha la presunzione di guarire una malattia
organica la cui patogenesi è sempre multifattoriale: può solo
migliorare l'adattamento psicosociale alla malattia ed influire
positivamente sul suo decorso (42). Può anche ottimizzare le
modalità di reazione affinché si riducano i rischi di ricaduta.
Esistono due livelli di psicoterapia: elementare e professionale.
La psicoterapia elementare è riservata ai non specialisti: dai
familiari agli amici, dai sacerdoti ai medici.
E' psicoterapia già un atteggiamento amichevole e accogliente (il
cosiddetto colpo sulla spalla), come lo sono l'incoraggiamento e
l'invito alla speranza. Lo è soprattutto l'ascolto di ogni sfogo,
che di per sé è sempre salutare: poiché, in due, la gioia si
raddoppia mentre il dolore si dimezza, sfogarsi corrisponde a
portare una valigia di 20 Kg ma trovare qualcuno che si offre di
prenderne un manico in due.
La psicoterapia professionale è strettamente riservata, anche per
legge, a coloro che, laureati in medicina o psicologia, sono stati
ammessi all'albo degli psicoterapeuti.
La psicoterapia del medico non è certo quella professionale, anche
se è ad un livello ragionevolmente superiore a quella generica della
solidarietà umana e del supporto sociale. In effetti non è
psicoterapia e quindi non va così definita. E' più corretto parlare
di psicologia del rapporto medico-paziente (vedi 11.1).
a - L'invio del p. allo psicoterapeuta avviene quando il rapporto
medico-paziente nella formula one-to-one si è esaurito e non è più
in grado di essere ulteriormente utile, per cui è opportuno che il
p. venga seguìto anche dallo psicoterapeuta (rapporto two-to-one).
b - Come "presentare" la psicoterapia. Se un medico manda un p. a
farsi un'analisi o un'operazione, il p. già sa di che si tratta. Ma
quando consiglia una psicoterapia deve spiegare molte cose, anche
per avere il dovuto consenso informato, e in particolare:
- che cos'è la psicoterapia
Una serie più o meno lunga (mesi) di incontri, in genere settimanali
o bisettimanali, in cui si parla (di emozioni e sentimenti, di
ricordi e di sogni, di persone e di fatti, di sé e degli altri).
- Non c'è da temerla
La mente di un nevrotico è come una biblioteca ricca ma disordinata.
Si sa di possedere un certo libro ma non si riesce a trovarlo.
Bisogna buttare giù tutto, spolverare, e rimettere a posto i libri
nell'ordine voluto. Alla fine la biblioteca avrà gli stessi volumi
di prima, cioè l'individuo resterà quello che è, senza perdere
niente, salvo che non voglia disfarsi di qualche "libro" inutile.
Avventurarsi nei meandri della psiche può sembrare pericoloso. Come
un safari. Si, se ci si prova da soli. No, se ci si giova di una
guida: lo psicoterapeuta.
Si può temere di scoprire chissà che brutte cose nell'inconscio.
Tale scoperta è possibile, persino probabile, anzi auspicata per far
cessare quella guerra civile che è il conflitto intrapsichico.
Ammesso che, dentro, ci sia un mostro, è chiaro che c'è anche un
angelo che lo tiene a bada, visto che finora ha fatto soffrire ma
non ha provocato mostruosità.
- Non c'è da sottovalutarla
Sono parole, non chiacchiere. Il potere delle parole è enorme, quasi
infinito: permettono di capire e maturare, spalancano la porta alla
libertà e alla promozione.
- Chi è lo psicoterapeuta
Un professionista che ha studiato per comprendere motivazioni e
comportamenti, situazioni di vita e nodi dell'esistenza, e che ha
maturato una sua esperienza specifica. Se darà consigli, questi
saranno al di fuori di ogni codice che non sia quello (unico) della
salute mentale del p. e della sua economia psichica.
- Non va temuto
Non è uno strizzacervelli superdotato che vede e capisce tutto e
trova soluzioni magiche: è solo un esperto traduttore che svela i
messaggi dell'inconscio. Simile alla giovane simultaneista che, in
un congresso, riferisce in cuffia, ma in italiano, ciò che un
barbuto scienziato sta predicando in tedesco al microfono.
Non è vero che poi non se ne potrà più fare a meno. La psicoterapia
può riuscire o no, come ogni tipo di cura. Se riesce, produce uno
sblocco e una crescita per cui il p. matura e si riconosce
autosufficiente. Se non riesce, la si interrompe. In ogni caso non
c'è dipendenza salvo che in misura modesta e in un modo particolare,
che peraltro si risolve alla fine del rapporto terapeutico.
Non è invadente né invasivo né plagiante. Ha un atteggiamento
riservato ma comprensivo e disponibile. Non é più amorfo e
distaccato come lo voleva Freud ("uno specchio per il paziente") ma
gestisce la relazione in modo che il p. si senta trattato in modo
diverso dalle precedenti relazioni e, in base a questa nuova
esperienza, proceda nel cambiamento emotivo, cognitivo, relazionale.
Si potrà amare o odiare (transfert); in effetti tali sentimenti sono
possibili, ma riferiti ad altre persone.
Saperlo disponibile è un grosso sollievo, un prezioso "punto di
riferimento". Qualunque cosa succeda, il p. può pensare "non
importa: ne parlerò con lui alla prossima seduta", e l'evento cessa
di bruciare.
c - La scelta dello psicoterapeuta deve essere particolarmente
mirata. Essa dipende da vari elementi: tipo di patologia,
caratteristiche personologiche del p., suo livello socio-culturale,
possibilità concrete (logistiche, economiche, di tempo).
d - A chi consigliare la psicoterapia. Contrariamente alla
chirurgia, che esclude il p. mediante l'anestesia, la psicoterapia è
efficace nella misura in cui l'utente partecipa e collabora. Perciò
la psicoterapia richiede determinate caratteristiche da parte di chi
vi si sottopone.
- Età. Si può dire che le indicazioni ottimali della psicoterapia
decrescono in parallelo con l'età, però la psicoterapia "breve",
essendo focalizzata su un determinato problema attuale, può attuarsi
a qualunque età.
- Livello intellettivo e culturale. Un vocabolario troppo povero
ostacola una cura fatta con le parole, una intelligenza inferiore
impedisce la comprensione delle interpretazioni, una scarsa cultura
comporta l'inviolabilità di rigidi pregiudizi. Però queste
difficoltà possono essere superate se il p. ha capacità
introspettive, fiducia nel trattamento (e nel terapeuta),
disponibilità a mettere in discussione certe sue abitudini o
convinzioni.
- Situazioni socio-ambientali. Ci sono famiglie in cui il detentore
del potere "non crede" alla psicoterapia perciò la osteggia,
contagiando scetticismo. Ci sono situazioni sociali o cliniche (come
un lutto o una malattia invalidante) talmente irreversibili per cui
tutto pare inutile. Ma anche in questi casi la psicoterapia breve ha
sempre una sua utilità perché il suo obiettivo primario è sempre il
rafforzamento dell'io ai fini di un adattamento ottimale seppure
limitato.
- Motivazioni. Diceva Dostojewski che si può portare un cavallo
all'abbeveratoio ma poi non lo si può costringere a bere. Così è
inutile "mandare" qualcuno in psicoterapia se il soggetto non vuole.
Il p. deve essere "motivato" alla psicoterapia: ciò non significa
aver fiducia cieca, il che sarebbe un altro pericolo, ma neanche
scetticismo eccessivo. L'optimum è un misto di ragionevole speranza
e di grande curiosità: quanto basta per favorire la disponibilità ad
esaminarsi e i tentativi di sperimentare modesti ma sostanziali
cambiamenti comportamentali.
- Forza dell'io. Esistono le cosiddette personalità dall'io debole:
per loro l'unica psicoterapia possibile è quella "direttiva".
Esistono personalità rigide, inflessibili, timorose, piene di
preconcetti: con loro lo psicoterapeuta può solo agire da "compagno
di viaggio" limitandosi a seguire (più che guidare) il p. e cercando
solo di evitargli peggioramenti.
Esistono personalità affettivamente aride, incapaci di nutrire o
riconoscere sentimenti di sorta, che valutano tutto in chiave
concreta e venale, che non hanno sogni né fantasie, capiscono il
sesso ma non l'amore, nel mendicante vedono il fannullone e non
l'indigente, nel depresso il vile e non il malato: per loro la
psicoterapia non esiste, né c'è caso che la cerchino.
7.4 Le psicoterapie sono tante quanti sono gli psicoterapeuti,
poiché è inevitabile che ciascuno aggiunga alla tecnica qualcosa di
suo, proveniente dal proprio patrimonio esperienziale e culturale.
In India, dove le sette religiose sono molte, e solo a 18 anni
ognuno sceglie quella che gli sembra più congeniale, si dice che le
religioni sono come i sentieri che file di formiche percorrono per
arrivare comunque alla cima di un montarozzo su cui c'è del cibo da
portar via. Ogni setta è un sentiero che porta in cima, che porta a
Dio. L'importante è arrivare lassù: sia un Dio, sia la salute. Come
e dove, sono fattori secondari.
Le varie psicoterapie sono potenzialmente tutte valide. Tutti
dichiarano di ottenere soddisfacenti risultati in una buona
percentuale. In realtà, in psicoterapia il successo è dovuto non
solo alla tecnica, al metodo, alla Scuola, ma anche allo
psicoterapeuta.
Le diverse psicoterapie convergono tutte verso il comune obiettivo
della crescita e della promozione dell'io, della soluzione (sia pure
approssimativa) dei problemi, della liberazione dalla sofferenza. Ma
ciascuna ha ovviamente una connotazione specifica che la differenzia
dalle altre.
Letteratura ed esperienza indicano che alcune psicoterapie sono più
utili di altre in psicosomatica.
Non esistono criteri standardizzati per associare ad ogni tipo di
psicosomatosi una determinata psicoterapia, ma solo indicazioni di
massima.
In genere il p. psicosomatico è più accessibile e propenso a
psicoterapie centrate sul sé (bioenergetica, gestalt) e a quelle che
affrontano rapidamente il problema più urgente (ansia, sintomo) come
la cognitivo-comportamentale, la relazionale, la transazionale. Il
p. religioso è più portato alla logoterapia. Il p. con palesi
problemi di coppia o di famiglia accetta più volentieri la
relazionale.
La psicoterapia psicoanalitica é stata sempre ritenuta poco
produttiva nel trattamento dei pazienti psicosomatici, specie i più
alessitimici. Ma le psicoterapie ad indirizzo psicoanalitico, più
flessibili e più brevi, si vanno evolvendo ed adattando anche a
patologie e situazioni diverse rispetto al passato. Nella pratica
clinica l'emergenza delle dinamiche inconsce permette un sensibile
cambiamento di atteggiamento nei confronti della malattia con
possibili effetti favorevoli sul suo decorso.
L'ideale sarebbe che ogni psicoterapeuta, pur formato in una
determinata Scuola, conoscesse qualcosa anche delle altre, affinché
sia lui ad adeguarsi al p. piuttosto che forzare il p. in un dato
schema teorico. L'accordo è ormai univoco sull'opportunità di un
certo eclettismo dello psicoterapeuta. Ovviamente si tratta di un
eclettismo limitato, culturale, integrato in una formazione
acquisita in un indirizzo ben definito.
7.5 La cosidetta psicoterapia breve (PB) è la tecnica
privilegiata in assoluto in MP. "Breve" non significa solo che
finisce presto. Al limite, può durare anche anni, ma con sedute
distanziate e con un rapporto paziente-terapeuta comunque
provvisorio e rallentato. In genere la psicoterapia breve si
esaurisce in un numero di sedute (di 45-50 minuti l'una) da 5 a 10
ma può arrivare anche a 20-30, settimanali le prime, mensili le
ultime.
La caratteristica della psicoterapia breve consiste, più che sul
tempo, sul ruolo attivo del terapeuta. Secondo Balint la tecnica
rende attivo pure il p.; Ferenczi, che propose la PB già nel 1916,
la chiamava psicoterapia attiva. La tecnica ha subìto qualche
variazione con Alexander (1946), Balint (1966), Malan (1975), Bellak
e Small (1970), Gillieron (1983), ecc.71
Punti-chiave della PB sono:
a - la limitazione temporale
b - la definizione del focus e degli obiettivi (goal setting): non è
in programma la ristrutturazione della personalità ma la soluzione
di un determinato problema (obiettivo circoscritto)
c - favorire l'insight con spiegazioni e interpretazioni date con
chiarezza e col giusto timing
d - stimolare la rielaborazione (working through) per la ricerca di
soluzioni più economiche di quelle nevrotiche
e - offrire rassicurazioni e sostegno (perciò si chiama anche
psicoterapia "di sostegno" o "di supporto") quasi prestando un io
ausiliare in aiuto all'io del p.
7.6 La PB è valida anche nelle situazioni di crisi.
La parola "crisi" deriva dal greco "krisis" che significa scelta o
decisione, da "krino": distinguere, giudicare. Il corrispondente
ideogramma cinese esprime ancora meglio il concetto di duplice
finalità del termine in quanto è costituito dalla combinazione di
due ideogrammi che rappresentano l'uno il pericolo e l'altro
l'opportunità.
Un esempio di persona in crisi è quello di chi sta salendo su una
scala a pioli, fragile e pericolante, per accedere al piano
superiore: a metà salita è esposto al rischio di rovinare al suolo
oppure alla possibilità di raggiungere la meta.
Si parla di crisi psicologiche, esistenziali, economiche, politiche,
di governo, ecc. In comune c'è il concetto di momento cruciale di
una situazione, e quindi necessità di un cambiamento, in bene o in
male. Rotto l'equilibrio pre-esistente, si tratta di giudicare (la
nuova situazione) e scegliere (l'adattamento ottimale).
Nello stato di crisi, specie se somatizzato, il soggetto è reso
particolarmente influenzabile dal bisogno di aiuto ed è molto
vulnerabile sul piano sia fisico che psichico. Perciò l'intervento
psicoterapico appare, in questi casi, di estrema validità, ad un
tempo terapeutica e preventiva. E' l'intervento più valido per ogni
Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD).
Da una crisi si può non uscire - nel senso di una penosa ed eterna
rassegnazione, con toni ora disperati ora aggressivi - ma si può
anche uscire addirittura arricchiti da un'esperienza che, per quanto
sconvolgente, può sempre possedere motivi di crescita a di
maturazione.
7.7 Altri interventi psicologici utili in MP sono le tecniche di
rilassamento, il biofeedback, l'ipnosi.
In MP le terapie di rilassamento sono generalmente gradite
all'utenza per vari motivi:
- per l'effettivo e immediato giovamento sui sintomi più frequenti
(tensione muscolare, calore, fame d'aria, malessere da astenia e
parestesie, tachicardia, ecc.).
- per la novità che si contrappone a trattamenti tradizionali che
hanno deluso e creato scetticismo e pregiudizi verso gli
psicofarmaci.
- per il legittimo piacere di scoprirsi capaci di modificare col
pensiero determinate sensazioni e di potersi riappropriare di parti
di corpo che sembravano traditrici.
a - Il Training autogeno (Schultz, 1932) è un metodo di
autodistensione da concentrazione psichica. Consiste in una serie di
esercitazioni strutturate al fine di controllare alcuni processi
psicofisiologici e sviluppare alcune sensazioni particolari come
calma, pesantezza, calore (rilassamento mind-to-body).
Sono previsti 6 esercizi inferiori, ognuno dei quali prepara il
successivo: 1 - pesantezza, 2 - calore, 3 - percezione e regolazione
del battito cardiaco, 4 - regolazione del respiro, 5 - sviluppo di
calore al plesso solare, 6 - sviluppo di freschezza alla fronte.
Un vantaggio del TA è che tende a responsabilizzare il soggetto
perché richiede un impegno sistematico personale (training) per
conseguire risultati. Tuttavia è necessario un operatore esterno
nella fase di apprendimento.
b - Il rilassamento muscolare progressivo (Jacobson, 1929) deriva
dalla considerazione che bassi livelli di tensione muscolare
sarebbero incompatibili con una condizione ansiosa (inibizione
reciproca di Wolpe): esercitandosi a controllare le tensioni
muscolari collegate con ansia, fobie, timidezza, il soggetto può
dominare queste emozioni negative (rilassamento body-to-mind).
c - Le psicoterapie di rilassamento ad orientamento psicodinamico:
relaxation o rilassamento psicotonico di Ajuraguerra, rilassamento
ad induzioni multiple di Sapir, rilassamento terapeutico di
Berges-Bounes.
La mediazione corporea ed il rapporto con il terapeuta si offrono
come strumenti per favorire una migliore conoscenza di se stessi e
delle proprie reazioni emozionali, a partire da come esse si legano
al tono muscolare e alle sue fluttuazioni.
d - Il RAT (Piscicelli, 1974) o training autogeno respiratorio è un
TA senza suggestioni, per ottenere un "tono di riposo muscolare" ed
una "vigilanza passiva" simili allo stato di pre-sonno.
Il p. riesce, in tre fasi, a raccogliere le singole sensazioni
propriocettive (di peso, calore, contatto, consistenza) e
riconnetterle in un equilibrio più soddisfacente. Il RAT è
accessibile anche a chi ha qualche resistenza al rilassamento.
e - Il Biofeedback (1969) è un processo con cui il soggetto può
apprendere come influire su risposte fisiologiche non controllabili
per natura (quelle neurovegetative) o per malattia. Letteralmente
significa retroazione biologica: un messaggio che monitorizza
l'effetto biologico di un'emozione.
Il p. è collegato, con elettrodi sul muscolo frontale, con
un'apparecchiatura che trasmette segnali acustici e/o luminosi con
minore o maggiore intensità a seconda dello stato di tensione del
muscolo e quindi dell'ansia. Il soggetto riceve informazioni in
tempi virtualmente reali sui cambiamenti biologici in conseguenza
dei cambiamenti emotivi, e può così, dopo adeguato training,
scoprire quali sono i pensieri (o le immagini) a contenuto ansiogeno
e soprattutto quali quelli che riducono l'ansia.
f - L'ipnosi è uno stato psicofisiologico, mediato dall'operatore,
caratterizzato da restringimento della coscienza (torpore),
modificazioni neurovegetative e del tono muscolare, inerzia
psicomotoria, passività generale, suggestionabilità con capacità di
memorizzare (e mettere in pratica in fase post-ipnotica), analgesia
(può sostituire l'anestesia del dentista), possibilità di
regressione d'età (per il recupero catartico di vissuti alla base di
conflitti nevrotici).
Le modificazioni somatiche, viscerali, neurologiche, psichiche sono
possibili per via di prevalenti monoideismi plastici, etero o
autoindotti, e per la prevalenza delle funzioni
rappresentativo-emotive su quelle critico-intellettive. Inoltre
l'ipnosi va distinta dalla semplice trance durante la quale si
effettua una dissociazione dell'io. (Spinetti)
L'ipnosi rappresenta uno stato particolare a sé stante (diverso
dal sonno), che ha la possibilità di comunicare anche a livello
verbale e determina regressioni e comportamenti che si possono
definire parafisiologici e primordiali.
L'ipnositerapia non consiste nella semplice induzione di uno stato
ipnotico. Essa è invece il punto di partenza per una delicata e
complessa psicoterapia breve che, secondo la patologia del paziente
e il significato dei suoi sintomi, alla luce della dinamica del
profondo, può ispirarsi ad una metodica umanistico-esistenziale
attivando valori, scopi e significati dell'esistenza al momento;
oppure servirsi, ad es., d'una metodica cognitivo-comportamentale
destrutturando condizionamenti ed attivandone altri.
Il meccanismo d'azione dell'Ipnosi è complesso, ma possiamo
sintetizzarlo affermando che ha le sue basi nell'interdipendenza dei
fenomeni psichici, somatici e viscerali e sui concetti basilari di
unità psicosomatica. Attraverso l'Ipnosi vengono molto probabilmente
suscitati dei riflessi condizionati suggestivi, in cui allo stimolo
fisico condizionante è sostituita l'immagine di esso, con
l'interessamento della corteccia cerebrale, della zona diencefalica
e del complesso ipotalamico, con le molteplici correlazioni
neuropeptidiche ed enzimatiche ormonali che ne derivano. (Collu)
Altre terapie:
a - l'agopuntura può avere efficacia in alcune patologie di natura
dolorosa (stimolazione dell'apparato nocicettivo) inducendo
secrezione di endorfine e, nell'elettro-agopuntura, di ACTH. E'
inoltre indicata nelle cefalee, nei disturbi digestivi,
genitourinari e cardiovascolari su base psicosomatica e di stress,
potendo avere azione sull'umore e sull'ansia.
b - terapie basate su tecniche di meditazione (trascendentale, zen,
yoga).
c - fondate su un rapporto tipo maestro-allievo per valorizzare
espressività e creatività (musicoterapia, danza-terapia,
arte-terapia).
d - consistenti in un maggior coinvolgimento in qualunque attività
lavorativa o ricreativa o filantropica: terapia occupazionale.
e - e ancora: visualizzazioni (imagery), sofrologia, rilassamento a
induzioni multiple di Sapir, rieducazione psicomotoria di
Ajuraguerra, regolazione attiva del tono muscolare di Stokvis,
rêve-éveillé-dirigé (RED) di Desoille, rilassamento psicosomatico di
Luban Plozza e Pozzi, la Guined Affective Imagery (GAI) o Vissuto
Immaginativo Catatimico di H. Leuner, ecc.
7.8 Quasi tutti gli indirizzi prevedono applicazioni di
psicoterapia di gruppo.
- Gruppo non significa una flebo con tanti tubicini (Pinkus) bensì
un setting che prevede un numero di p. (8-12 nel piccolo gruppo,
20-25 nel grande gruppo), quanto più possibile omogenei, riuniti in
luoghi e tempi concordati, di solito assieme a conduttori esperti
(per solito un maschio e una femmina), con il compito esplicito di
indurre trasformazioni nel funzionamento della mente (21).
Tali trasformazioni avvengono grazie all'attivazione, all'interno
del setting gruppale, di fattori terapeutici che Yalom ha elencato
in undici variabili: speranza (in antitesi al pessimismo),
universalità (non si è unici nella personale problematica ma
appartenenti al genere umano), conoscenza (apprendimento di nuovi
aspetti propri e altrui), altruismo (scoprirsi capaci di offrire e
disponibili a ricevere), ricapitolazione (rivisitazione delle
esperienze infantili sul paragone con quelle altrui),
socializzazione (fuga dall'isolamento), imitazione (per scongelare
comportamenti rigidi e ripetitivi), catarsi (esprimere senza rischi
qualunque emozione anche tumultuosa), fattore esistenziale (prendere
confidenza, discutendone in gruppo, con le dimensioni basilari
dell'esistenza: vita, morte, libertà, responsabilità, volontà,
paura, odio, amore, ecc.), coesione (senso di appartenenza, spirito
di bandiera), apprendimento interpersonale (corrispettivo gruppale
dell'insight individuale).
In MP sono particolarmente utili i gruppi di
- analisi bioenergetica e gestaltica per svariati disturbi
somatoformi
- gruppoanalisi per la preparazione psicoprofilattica al parto
- auto-aiuto per alcolisti, tossicodipendenti, obesi, infartuati,
mastectomizzate (anche con familiari)
- sostegno per cancerosi, per affetti da AIDS
- istituzionali (in ospedale e nel day-hospital): sport-terapia,
terapia occupazionale.
7.9 Farmacoterapia. Oltre ai sintomatici del caso sono indicati i
sedativi, farmaci ottimi anche se comportano un minimo di
dipendenza. Vanno preferite le benzodiazepine a dosi differenziate e
a diversa emivita a seconda della necessità clinica, sempre
valutando il rapporto rischio-beneficio.
Larga parte dell'opinione pubblica teme gli psicofarmaci (unici ad
essere discriminati con un prefisso: infatti non esistono
cardiofarmaci, reumofarmaci, ecc.) per vari motivi:
a) perché ancorata ai danni provocati dai vecchi prodotti ad azione
sul SNC, quali i barbiturici e le amine simpaticomimetiche (entrambi
oggi pressoché scomparsi dalle farmacie)
b) perché indotta ad accomunare i farmaci agli stupefacenti (per
colpa della legge 685 del 1975 che in effetti li considerò tutti
insieme, seppure distinti in diverse categorie)
c) per un concetto morale che ritiene le "pillole rosa della
felicità" (pink pills, happy pills) destabilizzanti e capaci di
favorire solo l'evasione, il disinteresse (atarassia), la cultura
nefasta del disimpegno, quando invece sono capaci di
responsabilizzare l'individuo e restituirgli la serenità necessaria
per un corretto giudizio della realtà e quindi per una condotta
ottimale, al punto da venir definite sostanze ad effetto
psicoterapicosimile.
d) per una diffusa disinformazione, al punto che Bressa (32) ha
stilato un decalogo delle sciocchezze sugli ansiolitici: 1 - Fanno
male al fegato, 2 - Non ce se ne libera più, 3 - Sono inutili:
bisogna usare la volontà, 4 - Aboliscono il sintomo ma non curano, 5
- Modificano la sessualità, 6 - Il farmacista mi guarda come se
fossi un drogato, 7 - Non so che fanno: mi sembra di essere una
cavia, 8 - E se quando smetto sto male di nuovo?, 9 - Chissà che
penseranno gli altri sapendo che prendo questa roba!, 10 - Mi
rimbambiscono ed annullano la volontà.
Nei casi (frequenti) in cui l'ansia somatizzata si accompagni ad un
abbassamento del tono dell'umore di rilevanza clinica è opportuno
aggiungere un antidepressivo.
7.10 Farmacoterapia e psicoterapia possono coesistere e, anzi,
spesso lo devono.
E' inaccettabile che qualche psicologo proibisca al suo p. di
assumere farmaci; alcuni lo fanno ma commettono un grave errore sia
tecnico (non esistono prove di un eventuale interazione negativa tra
i due trattamenti) sia morale (è assurdo rinunciare al rimedi fin
troppo diffusi in tutto il mondo e per la scoperta dei quali qualche
scienziato ha meritato il Nobel, come è inumano rifiutare di portare
un sollievo sintomatico al p. che soffre).
E' altrettanto errato che alcuni psichiatri svalutino il lavoro
psicoterapeutico che un p. sta facendo con uno psicologo. Bisogna
valutare con attenzione caso per caso.
8
PROFILASSI E DIAGNOSI PRECOCE
8.1 In MP la prevenzione, possibile ed importante, consiste
a - nell'educare la popolazione a migliorare la qualità della vita,
mediante una più economica gestione dello stress ed un cambiamento
delle abitudini di vita da cattive in buone
b - nell'individuare il più precocemente possibile i segni di
disagio prima che si somatizzino.
8.2 Esiste oggi una psicologia della salute che significa
salvaguardia del benessere psicofisico, promozione della salute,
valorizzazione dei modelli sociologici ed ecologici. Superando il
modello preventivo dell'igiene mentale, propone un modello
promozionale-trasformazionale e cioè un cambiamento di ottica: lo
psicologo (e così il medico con adeguata formazione psicologica)
come consulente, formatore, ottimizzatore del funzionamento della
persona19.
8.3 Il concetto di salutogenesi si è contrapposto a quello di
patogenesi che è molto cambiato nel corso del XX secolo.
Nel 1900 le malattie infettive erano al primo posto tra le dieci
principali cause di morte, eguite dalla tbc. Oggi sono al sesto
posto, e la tbc è scomparsa.
Dai fattori patogeni biologici (specie microbici) l'interesse si è
sempre più spostato sui fattori patogeni comportamentali e cioè le
cattive abitudini di vita come fattori a rischio.
Le cardiopatie sono oggi la causa no 1 di morte, seguìte dal cancro:
entrambe queste patologie hanno concause psicosomatiche determinanti
in comportamenti patogeni che fanno capo alle personalità cosiddette
rispettivamente di tipo A e di tipo C.
Ora che la patogenesi prevalente è quella comportamentale, la difesa
dell'umanità, per dare più anni (e più anni sani) alla vita,
consiste nell'acquisire abitudini buone.
Ci sono sette comportamenti positivi di salute raccomandati da un
recente rapporto dell'U.S. Public Health Service: attività fisica
regolare, 7-8 ore di sonno per notte, fare colazione, non mangiare
tra i pasti, mantenere un peso ideale, non fumare, pochi o niente
alcolici.
8.4 Una valida profilassi è favorita dalla corretta gestione del
locus of control o attribuzione di causalità. Si tratta di una
variabile della personalità, nella teoria dell'apprendimento sociale
di Rotter, capace di mediare gli effetti dello stress. Per la teoria
cognitivista le reazioni emotive sono precedute da una valutazione
di quanto è accaduto: l'individuo cerca di spiegare i fatti
attribuendoli a cause specifiche che possono essere esterne o
interne all'io. Nel locus of control external la colpa di tutto è
sempre altrui (destino, sfortuna, cattiveria del prossimo, ecc.),
nel locus internal gli eventi (positivi e/o negativi) sono una
conseguenza del proprio comportamento.
8.5 In MP la diagnosi precoce è piuttosto difficile. I primi
segni di disagio (distress) sono regolarmente sottovalutati perché
interpretati come "inevitabile conseguenza di inevitabili
situazioni".
Qualunque dolore desta allarme solo se non si riesce a dargli una
spiegazione ragionevole. Se spiegato, viene attenuato, sopportato,
depatologizzato.
E' luogo comune parlare di un disagio che si percepisce dilagare tra
i giovani, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, nel costume
sociale. Lo si considera frutto di una fase di transizione. Ma tutta
la vita è una continua transizione, come lo è la storia stessa
dell'umanità. Meglio dire che il disagio è parte integrale della
natura umana. Purché non superi certi limiti e diventi disturbo.
Secondo Bosinelli è incredibilmente alto il numero di universitari
che si rivolgono ai Centri specifici (talvolta definiti "servizio di
aiuto") per difficoltà, insicurezza, disagio, sofferenza,
disadattamento, perplessità, disturbi, problemi: i giovani
preferiscono parlare di problemi anziché di disturbi (oltre che di
"paranoia", termine improprio ma di moda). Questi giovani rifiutano
i Centri d'Igiene Mentale perché hanno un atteggiamento refrattario
a medicalizzazioni, farmaci, psicofarmaci, e privilegiano aree
assistenziali di non pertinenza psichiatrica. L'interlocutore più
frequente e gradito è il medico di base, anche se più in veste di
amico che di professionista.
Nell'esperienza di ogni medico interi nuclei familiari risultano
pieni di persone in disagio (per età, infedeltà, incomprensioni,
incomunicabilità, ecc.) non perché ci siano i famosi scheletri
nell'armadio ma per tutta una serie di piccole cose che danno
reciprocamente fastidio alimentando un clima di freddezza se non di
rancore e ostacolando sempre di più ogni scambio di comunicazioni.
Solo un medico dotato di formazione psicologica è in grado di
cogliere in questi disagi i precursori di una psicosomatosi.
8.6 Più facile è la diagnosi precoce di disturbo psicosomatico
nelle strutture di primary care, dove la frequenza di p. bisognosi
anche di aiuto psicologico è assai elevata (oltre il 60%), se non
altro per l'ovvia risonanza emotiva di una prima visita.
La medesima agevolazione si verificherebbe negli ospedali, al
momento dell'accettazione, nel caso che il medico di servizio (o
quello che, prima o poi, raccoglie l'anamnesi) si ricordasse di
"pensare" alla MP anche se il p. è chiaramente un "organico":
cardiaco o fratturato o asmatico ecc.
Nell'ospedale inglese Middlesex si è costruito un apposito test (MHQ:
v. 6.3) da somministrare a tutti i ricoverati.
8.7 Talvolta il primo incontro con lo psichiatra e quindi
l'occasione per una diagnosi precoce di psicosomatosi avviene in
occasione di un ricovero comunque motivato, purché l'ospedale sia
dotato di un adeguato servizio tuttora molto diffuso in vari paesi
ma ancora poco in Italia.
Il servizio di consultation-liaison (o "psichiatria di consulenza e
collegamento" o "consulenza psichiatrica-psicosomatica") è la
possibilità di rendere concreta l'applicazione dell'approccio
psicosomatico in ambito clinico: è un'area della psichiatria clinica
che include tutte le attività degli psichiatri sia nelle divisioni
non psichiatriche dell'ospedale generale sia collaborando con le
varie categorie di medici, centri di riabilitazione, case di riposo,
ambulatori privati, ecc.
Si tratta di un'area talmente importante che gli americani ne hanno
chiesto il riconoscimento come ulteriore ultraspecializzazione della
psichiatria alla pari della psichiatria infantile e della
psicogeriatria (54., 31).
La consultation-liaison è molto più del tradizionale videat
psichiatrico. Lo psichiatra interviene sul p. per un inquadramento
diagnostico e per una proposta terapeutica e assistenziale, ma anche
sullo staff curante, per problemi di rapporto con un p. o qualche
familiare nel caso di situazioni disturbanti o conflittuali (87). In
questo caso lo psichiatra interviene in modo indiretto, mediando e
fungendo da "cerniera" tra medico, p., familiari e personale del
reparto. Perciò si parla di "collegamento" (liaison), termine che
implica anche un'opera di interpretazione e mediazione.
9
RIABILITAZIONE
9.1 Per riabilitazione in psicosomatica si intende una serie di
situazioni in cui la psicologia del rapporto medico-paziente è di
grande utilità. Tali situazioni sono la patomimia dell'ipocondriaco,
la nevrotizzazione di una malattia clinicamente guarita, il
mutamento destabilizzante dello stile di vita dopo un infarto o una
diagnosi di sieropositività HIV o di cancro.
9.2 Se ammalarsi è triste, talvolta guarire è peggio.
Il ruolo di malato comporta dei vantaggi secondari (63) a cui è
perlomeno scomodo rinunciare. Per il p. ipocondriaco che tiranneggia
la famiglia, guarire significherebbe una perdita di potere. Per
l'anziano già emarginato, un ulteriore isolamento. Per l'isterico la
definitiva uscita di scena. Per l'anoressica e la sua famiglia, lo
sconvolgimento di un'architettura costruita con paziente e sofferta
tenacia. Per il candidato alla psicosi, il crollo di una difesa
(97). Per il p. che si rifugia nella nevrosi, come nel medio evo ci
si rifugiava in convento, la caduta libera nel terrore
dell'esistenza.
9.3 Alcuni p., per fattori psicosociali, prolungano l'invalidità
oltre la guarigione fisiologica malgrado il medico li ritenga
guariti o quasi. Lipowski (66) parla di invalidismo psicologico,
Pilowski (85) di abnormal illness behaviour (comportamento abnorme
nei confronti della malattia). Si è anche parlato di nevrotizzazione
della malattia (3).
Il genitore che ha superato una cardiopatia tiene tutti sulla corda
toccandosi il petto appena contraddetto. Il grande atleta sul viale
del tramonto salvaguarda la sua fama (e il suo guadagno) ritardando
il ritorno alle gare per un dolore che non ha più ragione di
esistere (nevrosi reumatica residua). L'infortunato in attesa di
risarcimento accusa un'ingiustificata intensa cefalea che talvolta
poi rimane anche ad indennizzo ottenuto. Qualche p. riscopre
piacevolmente l'affetto dei familiari e degli amici quando li vede
tutti alternarsi al suo letto in occasione di una
maledetta-benedetta malattia.
9.4 E' fin troppo evidente il valore clinico, sociale, economico
di un intervento psicoterapico in tutti questi casi (9.2 e 9.3) per
la salute mentale del p. (in primis), per la pace di intere
famiglie, e persino per il risparmio delle strutture pubbliche a
livello di giornate di lavoro perdute e di spese assistenziali
sprecate.
Tale intervento va gestito con molta delicatezza. Chiamare in causa
uno psichiatra provocherebbe enormi resistenze sia per il p. che si
sentirebbe tradito, scoperto, spiazzato, rischiando altre ed
imprevedibili reazioni, sia per i suoi familiari che, già stanchi di
quel malato "difficile", si ribellerebbero a considerarlo
addirittura malato di mente.
Tocca al medico stabilire un primo contatto chiarificatore cercando
di far capire che ci sono altri modi, e meno sofferti cioè più
convenienti, per ottenere gli stessi vantaggi. Si tratta di studiare
nuove strategie relazionali che non sfruttino il pietismo ma che
garantiscano un aumento di collaborazione e di comunicazione con i
familiari: <<Forse è meglio farsi aiutare da "un esperto di queste
cose", p.es. uno psicologo, uno che ha studiato per diventare un
"professionista del consiglio">>.
9.5 Un infarto, subìto in pieno benessere dopo una vita passata
in perfetta salute, provoca uno sconvolgimento esistenziale che
impone cambi di abitudini e nuovi progetti di vita.
Superare l'infarto è uno shock talvolta più pesante dell'infarto
stesso. Michelazzi (78) ha descritto una "nevrosi post-infartuale".
Campailla (33) la chiama "sindrome psicocoronarica".
Le reazioni sono spesso irrazionali: dal rifiuto alla rassegnazione
(Musatti dice che l'uomo adulto non esiste: ce ne accorgiamo nei
momenti di crisi). C'è l'infartuato che sfida il destino e riprende
fumo e tennis, e c'è quello che non si china più neanche per
raccogliere un fazzoletto come fosse un cadavere vivente. Appare
utile la formula "from bed to job" (dal letto al lavoro) e cioè
riprendere al più presto l'attività sia pure con qualche ragionevole
limitazione per togliere spazio alla rielaborazione intrapsichica
del vissuto di malattia.
Si cominciò a parlare di psicoriabilitazione cardiaca nel 1976 (35).
Nello stesso periodo, in Italia, Selvini riferiva in vari congressi
sui suoi pionieristici centri di rieducazione degli infartuati con
sedute quindicinali di gruppo in ospedale. La psicoterapia di gruppo
per infartuati ( e loro mogli) è oggi piuttosto diffusa, talvolta
associata a terapie di appoggio e di rilassamento (23), anche con il
follow-up telefonico (telefonata quotidiana, anche da parte di
un'infermiera) per tre mesi dalla dimissione dall'unità coronarica,
per seguire progressi (o meno) nel reinserimento del p. nella vita
sociale, lavorativa, sessuale, ecc.
Superata la fase acuta, il p. ha bisogno, a lungo, di un supporto
psicoterapico. Anche questo è psicosomatica.
Infatti non è pensabile che questo intervento sia affidato ad uno
psichiatra, sia pure su suggerimento del medico di base. Ad una
famiglia sconvolta da un infarto non si può fare la sorpresa di
consigliare uno psichiatra. Il medico dovrà provvedere da solo
finché possibile e, solo in un secondo tempo, potrà farsi aiutare da
uno psicologo, più o meno come si gioverebbe di un'infermiera per
eventuali flebo e di un fisioterapista per eventuali massaggi ad una
muscolatura indebolita dall'immobilità.
9.6 Alla pari dell'infarto, altri eventi patologici producono una
reazione difficile da gestire sia dal medico, sia dai familiari,
oltre che, s'intende, dal p. stesso: una diagnosi di tumore o
cirrosi, cardiopatia dilatativa, leucemia, insufficienza renale,
ecc.
Ne deriva una depressione ai livelli di disperazione. Qualcuno si
adatta alla meno peggio, altri cominciano a nutrire idee di suicidio
(pochi lo fanno, i più si salvano per la fede). Si sviluppa un
quadro clinico di palese pertinenza psichiatrica, ma p. e familiari
sono poco propensi a consultare uno psichiatra.
Questi casi sono di competenza della MP.
L'adattamento psicologico alla malattia cronica può assumere forme
svariate (42): accettazione consapevole, negazione dei fatti
oggettivi della malattia, pattern regressivo caratterizzato da
esagerata dipendenza, ecc.
Nella stagione teatrale 81-82 girò con successo, in Italia, l'opera
di Tom Kempinski "Due voci per un a solo"; due soli personaggi sulla
scena: uno psicoanalista (Sergio Graziani) e una signora (Rossella
Falk) su sedia a rotelle. Era una violinista che a 35 anni aveva
saputo di essere affetta da sclerosi a placche. Sentì il bisogno di
uno psicoterapeuta per ridimensionare la sua esistenza.
9.7 Nei programmi di riabilitazione della MP rientra la gestione
del p. affetto da AIDS. L'effetto di tale diagnosi è talmente
destabilizzante che la nostra legislazione ha reso obbligatoria la
presenza dello psicologo all'atto della consegna al soggetto (ed
esclusivamente nelle sue mani) del referto di HIV (positivo o
negativo che sia). La letteratura psicosomatologica registra molti
studi sull'argomento.
La MP ha due importanti ruoli verso il malato di AIDS: uno è quello
di favorire da parte del medico un atteggiamento e una disponibilità
verso le dimensioni psicologiche della malattia, sapendo rispondere
alle caratteristiche e ai bisogni profondamente diversi che hanno i
vari tipi di malato (l'omosessuale, il tossicodipendente, l'emofilico,
l'eterosessuale), in genere con assetti psichici differenti e
colpiti dalla malattia attraverso percorsi e per ragioni differenti;
un altro quello di studiare e approfondire il possibile rapporto tra
fattori psichici e sistema immunitario, che potrebbero avere qualche
ruolo nel decorso della malattia, o potenziare la risposta alle
terapie mediche. In particolare, utile potrebbe essere favorire un
buon supporto sociale, aiutare a sostenere il sonno e il ritmo
attività-riposo, controbilanciare demoralizzazione e depressione,
sia attraverso psicoterapie di gruppo che interventi
psicofarmacologici.
9.8 Un capitolo a sé merita l'oncologia. Il problema "MP e
cancro" va molto al di là della riabilitazione del p. canceroso o
almeno della sua assistenza psicologica (27).
I tumori non sono certo malattie "psicosomatiche", ma i fattori
psichici ed emozionali sembrano avere, almeno in un certo numero di
casi, un loro peso. Il possibile ruolo dei fattori psichici nelle
malattie tumorali, sebbene ignorato da molti, è sostenuto da
evidenze diverse. Studi sperimentali effettuati in laboratorio hanno
documentato che stimoli stressanti possono favorire la comparsa di
tumori spontanei, ridurre la difesa dell'organismo verso tumori
innestati, accelerare la progressione del tumore primitivo e della
metastatizzazione.
Sono ormai noti anche alcuni dei possibili meccanismi attraverso cui
lo stress può favorire il cancro, da meccanismi neuroendocrini al
coinvolgimento dell'immunità cellulo-mediata e dei linfociti NK. Le
connessioni tra sistema nervoso e sistema immunitario sono un dato
di fatto come decine di studi sulla neuroimmunomodulazione
dimostrano.
In campo umano vari studi hanno rilevato l'importanza di gravi
eventi di perdita affettiva, quali possibili precursori della
malattia, dai 3 ai 10 anni precedenti. Forse più dubbia, o
quantomeno più difficile da definire, l'esistenza di una
"personalità a rischio".
Oltre che nella risposta e nell'adattamento alla malattia, alle
procedure diagnostiche e alle terapie, i fattori psichici sembrano
rivestire un ruolo anche nel decorso e sulla sopravvivenza. Alcuni
studi hanno riscontrato possibili diverse caratteristiche
psicologiche di chi "reagisce bene" (in genere, rispondendo con
combattività, si ha una maggiore sopravvivenza) e chi reagisce
"male" (in genere, abbandonandosi con sfiducia e remissività, si
soccombe prima alla malattia).
La psico-oncologia sta suggerendo al medico e allo psicologo varie
risorse, interventi psicoeducazionali, ruolo delle associazioni di
malati e dei gruppi di auto-aiuto, psicoterapie individuali, di
gruppo, interventi psicoterapici specifici come la Terapia
Psicologica Adiuvante, e gli interventi psicofarmacologici per
l'ansia e la depressione che colpiscono fino al 50% dei pazienti.
10
BIOETICA
10.1 La verità al paziente è un argomento controverso: sempre, mai,
secondo. Parlare? tacere? mentire?
a - Ad ogni costo.
E' la tesi dei teologi (è doveroso preparare l'anima: "a morte
subitanea libera nos Domine". Papa Giovanni entrò in agonia dopo
aver salutato i fedeli dicendo "sono pronto, ho già fatto la
valigia"),
dei giuristi (l'uomo ha il diritto alla verità per ciò che lo
concerne),
dei medici: negare la verità è tradire la fiducia del p.; la verità
va detta con riserva ("forse morirai": una falsa speranza è meglio
di nessuna speranza), con tante riserve, ma va detta (98) anche per
coinvolgere il p. in quest'ultima battaglia in cui la sicura
sconfitta del corpo può coincidere con il successo dello spirito:
agonia deriva da "agone" (= gara) e non esiste competizione senza la
consapevolezza della lotta.
b - Mai.
E' la tesi materialista che, non ammettendo l'aldilà, punta a
sostenere la vita fino all'ultimo minuto, anche ricorrendo
all'illusione più irragionevole.
Ma è anche la tesi di molti medici: mai fare del male, le bugie dei
medici (come quelle delle donne, diceva Anatole France) sono sempre
preziose, "non è cancro ma ulcera, passerà". Oltretutto il p., più
spesso che non si creda, già ha capito o almeno intuito (scoprendo,
direbbe D'Annunzio, "la piaga e il destino"): se finge di non sapere
è perché teme di essere abbandonato (56).
c - Secondo casi
Ci sono pazienti che desiderano essere ingannati ed altri che
vogliono sapere. La verità fa male a un p. e bene a un altro: sta al
medico giudicare caso per caso.
E' un'altra grossa responsabilità del medico, un altro "momento"
professionale in cui un minimo di formazione psicologica appare
indispensabile.
La giurisprudenza attuale della Corte di Cassazione ribadisce il
dovere dei medici di informare non solo su diagnosi, prognosi e
terapie, ma anche sui possibili rischi e sulle alternative
terapeutiche.
Questi principi sono accolti dal nuovo Codice Deontologico dei
medici italiani del 1995, che garantisce il "rispetto dei diritti
del paziente" (art. 17) e, nei successivi articoli 29 (Informazioni
al paziente), 31 (Consenso informato), sancisce il riconoscimento
della sua autonomia e partecipazione attiva al processo di cura.
Per mantenere la sua natura di atto medico, rivolto all'interesse
del paziente, l'informazione deve realizzarsi nel più ampio contesto
di una comunicazione umana dotata di empatia, capace di dialogo e di
ascolto: momenti professionali, questi, che necessitano di una
adeguata formazione psicologica (Lovera).
10.2 A favore dell'eutanasia è una "cultura del piacere e
dell'utilitarismo" ispirata all'utopia di una società senza
sofferenza, per cui è inutile vivere se la qualità della vita è
troppo deteriorata. Ma l'uomo non è mai inutile, e non sarà mai un
oggetto "usa e getta". E il medico non potrà mai contraddire
Esculapio e "propinare veleni".
Contro l'eutanasia c'è il tecnicismo esasperato (accanimento
terapeutico) per conservare in vita organi di un organismo ormai
senza vita, in un ambiente di macchinari invece che di familiari.
In effetti c'è una sola eutanasia, anche se vi si distingue una
forma attiva (atti commessi) ed una passiva (atti omessi). Il medico
non può cercare alibi in giochi di parole: come deve rispettare la
vita (birth control) deve rispettare la morte (death control).
Quinto non uccidere. Quindi è categorico il "no" ad ogni tentativo
di legalizzare o depenalizzare o in qualche modo autorizzare
l'eutanasia.
Per i medici poi, esiste un altro comandamento, suggerito dal buon
samaritano: fare tutto il possibile per aiutare ogni patologia a
alleviare ogni sofferenza, anche utilizzando farmaci e tecnologie
capaci di rianimare o comunque di dilazionare il processo naturale
dell'ineluttabile morte. Ma se il trattamento costituisce
un'ulteriore sofferenza, se il medico valuta che non c'è una fondata
fiducia nella riuscita, allora il cosiddetto "accanimento
terapeutico" va evitato, con buona pace della medicina-spettacolo.
Pio XII, nel '57, rispose di si alla domanda se sia lecito dare al
malato un medicamento capace di alleviare il dolore ma di accelerare
la morte. Quindi meno spazio ai rianimatori e più spazio agli
algologi e alle cure palliative.
Questa è l'unica eutanasia che è lecito ammettere: la scelta di una
morte indolore, per scongiurare una morte "atroce", una morte serena
come quella del saggio che vi si prepara con pacatezza, una morte
morale che Bacone definì praparatio animae.
Ci sono casi in cui il morente mostra con evidenza che è pronto
all'incontro-clou della sua esistenza e che Dio lo sta chiamando a
sè. Rispettiamo il paziente e non diciamo "no" a Dio.
10.3 Il paziente terminale ha il diritto di essere curato con la
massima dovizia possibile di mezzi farmacologici e strumentali oltre
che affettivi e psicologici. E' il modo migliore per dare più giorni
alla vita ma anche più vita a quegli ultimi giorni.
L'assistenza psicologica prevede una certa didattica in una sana
cultura della morte, naturalmente solo se il soggetto crede nella
trascendenza. Che la vita mutatur non tollitur lo sappiamo per fede.
"La vita è un diverso modo di vivere per l'altra vita" rifletteva
Agostino. La religione non promette l'immortalità ma una sorta di
amortalità. In caso contrario non ci sono parole per attutire la
caduta nel baratro materialistico del nulla.
"Cultura della morte" significa morire in pace, morire vivendo (71).
Significa rendersi conto che siamo tutti già morti una volta quando
perdemmo la vita fetale. Stavamo tanto bene in quell'utero eppure
qualcosa ci disse "esci, muori, ti aspetta un'altra vita fuori di
qui". Negli ultimi giorni di vita terrena il copione ripropone la
stessa battuta. Di nuovo una morte coincide con una nascita. Non per
niente i Santi vengono festeggiati nel giorno in cui muoiono, che
viene chiamato "dies natalis".
a - Qualche p., tutto sommato, desidera morire. Il morente, se non
soffre, non chiede di morire. Tiengo rivela che in quarant'anni di
professione non si è sentito chiedere la morte neanche una volta
(7).
In verità nessuno vuole morire. Ogni essere umano, nel pieno delle
sue facoltà mentali, ha, della morte, una paura assoluta e
ancestrale. Al punto di esorcizzarla col non pensarci mai o con il
negarla. Si dice che della morte si parla solo in terza persona come
se la morte riguardasse solo gli altri.
Molti depressi dicono di voler morire, ma poi, al primo malessere,
chiamano subito il medico. Perciò è difficile scoprire che ci sia
qualcosa di "naturale" nel desiderio di morte o addirittura nella
"richiesta" di morte.
Tuttavia può accadere che un individuo, in un determinato momento
della sua esistenza, appesantito da esperienze negative, da
sofferenze fisiche e morali, da perdita di incentivi e di
motivazioni, senta una profonda stanchezza di vivere. Certo non
penserà al suicidio, ma proverà una specie di disponibilità ad
accettare la morte, a non temerla più, a lasciarsi andare in un
giving-up abbastanza sereno.
Ognuno di noi ricorda parenti e pazienti che si sono spenti in pace,
in lenta consunzione, morendo non si sa di che, qualunque sia stata
la diagnosi del certificato (in genere collasso cardiocircolatorio),
poiché la loro annosa e plurima patologia non aveva presupposti
letali. Non sono pochi gli anziani che si lasciano morire. Come è
avvenuto per millenni, prima che la scienza scoprisse farmaci e
tecnologie. Questa morte naturale è la vera morte "buona", quella
che Blumenbach chiamava la "senile eutanasia, morte senza malattia".
b - Altre volte, in verità più spesso, la morte immanente ed
imminente è vissuta con paura, anche con terrore, specie quando gli
anni di vita non sono tanti.
Secondo la Kübler-Ross (61) il processo della morte presenta cinque
fasi, dal momento della diagnosi-sentenza a quello del decesso
1 - Negazione, rifiuto, isolamento. "Non è vero, non può essere,
ripetiamo le analisi". Il p. rifiuta la morte ma ne parla con
apparente distacco, come se tentasse di esorcizzarla e tenerla
lontana. Poi si chiude e sembra entrare in uno stato di coscienza
crepuscolare.
2 - Collera, risentimento, invidia. "Perché a me e non a x?!". La
collera diventa uno stile di vita: il p. è irascibile, aggressivo,
ostile.
3 - Compromessi. Con Dio: "mi fai morire, almeno concedimi...". Con
i medici: "lasciatemi vivere almeno sei mesi, devo sposare una
figlia, finire un lavoro..." Con i familiari: "statemi vicini,
almeno adesso". Con se stesso: "devo resistere: ho ancora tanto da
fare".
4 - Depressione: per ciò che già si è perso (è pieno di dolori,
indebolito, dimagrito) e per ciò che sta per perdere (gli oggetti
del proprio amore, la vita stessa).
5 - Accettazione. C'è solo bisogno di pace. Un vuoto di sentimenti.
Non più voglia di parlare nè di ascoltare. Un uomo moribondo ha
bisogno di morire come un uomo assonnato ha bisogno di
addormentarsi. C'è un tempo per vivere, ma c'è anche un tempo per
morire.
Aiutare il morente consiste (72) nel sintonizzarsi con i suoi
variabili stati d'animo ed aiutarlo senza troppo zelo: confortare è
condividere; condividere è buona volontà di esserci senza dover
necessariamente fare qualcosa. L'aiuto al morente è l'opposto della
maggior parte degli aiuti: in genere aiutiamo il prossimo ad
impegnarsi nella vita, con il morente dobbiamo aiutarlo a
disimpegnarsi dalla vita.
10.4 Le cure palliative, capaci di attenuare o sopprimere la
sofferenza e permettere un passaggio più dolce dalla vita alla
morte, sono l'alternativa più saggia all'accanimento terapeutico.
L'attributo "palliativo" ha, tradizionalmente, un significato
limitativo ed una connotazione negativa. Indica trattamenti capaci
soltanto di controllare inutili sofferenze. Ma nella rivalutazione
attuata dalla cultura anglosassone la palliazione è più vicina ad
una visione filosofica della medicina che non ad una sorta di
"scienza della sconfitta medica". Infatti dimostra come e quanto ci
sia da fare "quando non c'è più niente da fare".
Un pioniere della medicina palliativa, Mount (81), la definisce
"l'attenzione al dettaglio: l'attenzione all'unità psicofisica,
emozionale, spirituale del paziente; l'attenzione a ciò che rimane
della sua vita arricchendo ogni suo istante di significato e di
senso; l'attenzione a dare presenze e restaurare rapporti umani a
pazienti e familiari; l'attenzione al sintomo più che alla sua causa
primaria".
Per Di Mola (37) la palliazione recupera il senso profondo della
medicina come scienza ed "arte" per la salute psicofisica. Andrà
contro l'onnipotenza della scienza che vorrebbe controllare e
dominare l'uomo in tutte le sue manifestazioni, dalla nascita alla
morte, ma garantisce una morte veramente "dignitosa", forse più
vicina alla morte dell'eroe o a quella del martire (che in genere
soffrono), che non a quella del "ribelle suicida" che, invocando
l'eutanasia, rifiuta il doloroso "lavoro di vivere".
10.5 Si definisce placebo "una terapia deliberatamente somministrata
per il suo effetto aspecifico e psicologico, oppure per il suo
effetto specifico ma senza che abbia un'azione specifica nei
confronti della condizione trattata. L'effetto placebo è l'effetto
psicologico prodotto dal placebo" (93).
Un effetto placebo esiste in ogni tipo di trattamento. Come
analgesico è efficace nel 36% dei casi. Alcuni depressi si
dichiarano migliorati già nelle prime giornate di cura quando è noto
che gli antidepressivi agiscono solo dopo 12-15 giorni.
L'effetto placebo è maggiore nei single, negli ansiosi, nei soggetti
con atteggiamento favorevole verso i farmaci e con grande fiducia
nel medico, quando è somministrato per iniezione, quando le
aspettative del p. sono elevate.
Il placebo ha una sua farmacologia, simile a quella della sostanze
attive. L'effetto cresce aumentando le dosi, permane anche dopo la
sospensione, talvolta provoca crisi di astinenza quando lo si
interrompe, può interagire con altri farmaci. Ha anche effetti
collaterali: non di rado provoca cefalea, depressione, tensione,
disturbi del sonno; in tali casi si parla di nocebo.
L'effetto placebo ha bisogno di riti e cerimoniali che costituiscono
la liturgia terapeutica (83): fiducia nel medico, buon rapporto tra
"colui che sa" e "colui che soffre e non sa", una sorta di
"sacralità" nei riti e nei luoghi della visita, nel sostegno
rassicurativo, nella formula assolutoria di una prognosi fausta
espressa con sicurezza.
L'effetto placebo è un "certificato di garanzia" della MP: non è
solo suggestione e, anche se lo fosse, sia pure in parte, sarebbe
sempre la testimonianza del coinvolgimento somatico in conseguenza
di uno stimolo emozionale.
Recenti studi di biochimica del SNC e di PNEI hanno dimostrato la
presenza nell'organismo di una complessa serie di sostanze
fisiologiche, prevalentemente di natura polipeptidica, ad azione
modulatrice e di controllo su emozioni, comportamento e funzioni
somatiche. L'effetto placebo si spiega come un intervento aspecifico
capace di attivare un sistema endogeno specifico che è programmato
per una difesa naturale dell'organismo83.
Si parla di un "guaritore interno" (67): "c'è un dialogo costante
tra la mente e il sistema immunitario; pensieri e sentimenti hanno
ripercussioni biochimiche potenti e spettacolari su salute e
malattia" Più di quanto possano i farmaci.
Se tale ipotesi sarà confermata dalle future ricerche, crolleranno
le dicotomie tra medicina allopatica ed omeopatica, tra medicina
scientifica e "altre" (83), e la MP si confermerà l'unica chiave di
lettura possibile dell'intera fisiopatologia umana.
Gli interventi placebo in MP sono pochi perché l'utenza si è
acculturata con la divulgazione scientifica dei mass-media e non è
più tanto recettiva alle "cartine di MP" (mollica di pane, cioè
farina) con cui il famoso clinico Condorelli guariva un'infinità di
ipocondriaci, o alle endovenose di calcio presentate come ultimo
ritrovato scientifico che ha effetto se il p. ha una sensazione
diffusa di calore (basta iniettare non troppo lentamente).
10.6 Last but not least, l'aspetto bioetico della MP comprende il
costo del malato psicosomatico.
Questi malati sono tanti, troppi. Affollano ambulatori e ospedali.
Pretendono cure che cominciano e smettono subito (e quindi
sprecano). Pretendono (e ottengono) analisi a non finire e ricoveri
e persino interventi chirurgici: tutti inutili e costosi. Costano in
farmaci, ricerche diagnostiche, degenze, giornate di lavoro perdute,
stress coinvolgenti i familiari. Impossibile quantizzare la spesa
pubblica che involontariamente, inconsapevolmente, incolpevolmente
procurano; ma di certo si tratta di una spesa enorme.
Il Servizio Sanitario Nazionale avrebbe tutto da guadagnare a
promuovere corsi di formazione psicologica per medici di base
affinché questi si impadronissero delle tecniche di problem solving
e di counseling sufficienti a desomatizzare certe situazioni ed a
contenere la "medicalizzazione" di problemi esistenziali.
PARTE SECONDA
LA FORMAZIONE PSICOLOGICA
DEL MEDICO
11
PSICOLOGIA DEL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE
11.1 Il medico deve sapere, saper fare, saper essere. Ai primi due
obiettivi provvede (o almeno dovrebbe provvedere) l'università a
livello sia culturale (didattico) sia esperienziale (tirocinio).
Per saper essere medico, nell'accezione odierna (che è più vicina
alla normale professionalità che non alla mitica missione di un
dott. Schweitzer), occorrono ulteriori dosi di formazione culturale
(informazione) e di formazione esperienziale alla relazione con il
paziente (formazione psicologica).
Non si pretende che il medico diventi psicologo o si atteggi ad
esserlo (in maniera autodidatta, artigianale, approssimativa) ma che
sappia riconoscere la componente relazionale della pratica
professionale quanto basta per: 1) non tirarsi troppo presto
indietro scaricando il p. allo psicologo, 2) non commettere errori (primum
non nocere), 3) non tradire la fiducia e le speranze del p., 4)
rispettare il suo ippocratico dovere di alleviare comunque la
sofferenza del p., 5) ricordare che è un medico della persona umana
e non solo del fisico umano come verrebbe da pensare ricordando che,
in inglese, il medico si chiama physician (= fisico).
Il maestro elementare non è psicologo, né deve farlo, ma la sua
formazione in pedagogia è intrisa di concetti psicologici.
Viceversa, nei programmi universitari di medicina, la psicologia è
presente in dimensioni microscopiche, poco più che per puro onor di
firma.
11.2 Al medico non si chiede di fare lo psicologo, e quindi lo
psicoterapeuta, perché ciò compete ad un altro professionista. Ma il
medico può e deve essere un po' psicologo così come è anche un po'
oculista se prescrive un collirio o un po' chirurgo se medica una
ferita.
Al medico si richiede la capacità di comprensione dello stato
psicologico del paziente, la percezione delle proprie reazioni, e
conoscenze fondamentali di psicosomatica e di psicologia medica.
11.3 Non esiste una "psicoterapia" esercitata dal medico, ma un
modo psicologico di gestire i malati, definibile più correttamente
psicologia del rapporto medico-paziente.
L'accoglienza e l'ascolto, l'anamnesi dettagliata ed intima, il
calmo incoraggiamento alla fiducia (che non è solo rassicurazione
semplicistica), l'implicita accettazione senza riserve della
richiesta d'aiuto che il p. avanza, il freno alla pericolosa pretesa
di onnipotenza che alcuni medici ritengono opportuno esibire, il
rispetto assoluto del malato, l'umiltà di calarsi empaticamente nei
suoi panni per meglio capirlo: tutto questo sembra psicoterapia e,
in un certo senso, lo è. Ma, più propriamente, è solo un buon
rapporto medico-paziente.
11.4 Il ruolo del medico è insostituibile, anche se tecnicamente
ciò sarebbe possibile: il paziente potrebbe rispondere alle domande
di un programma computerizzato ed ottenere diagnosi, prognosi e
ricetta premendo un tasto.
11.5 Nel medico il p. cerca più di un meccanismo sintomo-cura.
Cerca e vuole un essere umano capace di ascoltare, capire, aiutare.
Sono qualità che il p. pretende, sicché rigetta e maltratta il
medico che, frettoloso e scostante, si limita a copiare ricette
eludendo le domande (ma non il burn-out).
11.6 Il medico privo di tatto psicologico, e incapace di
avvertire e comprendere la possibile alterità culturale del
paziente, non ha carisma e quindi non è efficace. Al carisma del
sanitario spetta almeno il 50% del risultato di una cura.
11.7 Il medico deve saper ascoltare. Ogni medico conosce pazienti
sui generis che si rivolgono a lui con frequenza, ogni volta
accusando disturbi diversi. Sono individui emarginati, stanchi,
frustrati, alla deriva, privi di interlocutori. Non resta altro
modo, per tenere desta l'attenzione dell'ambiente, che rifugiarsi
nella malattia. Allora la visita medica è, insieme, un attestato per
i familiari ma anche l'incontro con un essere umano che finalmente
ascolta, dà retta, visita, si prende cura, dà consigli e farmaci.
L'ultima spiaggia della solidarietà umana.
Sono i nuovi poveri della società industrializzata che elemosinano
un soldo di considerazione, sono i nuovi clienti (e non pazienti) di
cui parla Giorda (47).
Balint dice che il medico deve farsi medicina (13). Perciò qualche
paziente dice: "adesso che ho parlato con lei già mi sento meglio"
(5).
12
IL PRIMO INCONTRO
12.1 La gestione psicosomatica della medicina comincia nel contesto
della primary care.
12.2 Il primo incontro è di grande importanza per avviare il
rapporto medico-paziente nel modo più produttivo. Sul piano
comportamentale bastano pazienza, disponibilità, attenzione
nell'ascolto e nel prendere appunti, offrire la certezza che il
medico è tutto per lui (mai lasciarsi interrompere dal telefono o
dall'infermiera).
12.3 I primi minuti di colloquio (12, 62) sono molto importanti
per raccogliere preziose informazioni anche osservando il
comportamento del p. e cogliendo ogni messaggio, anche subliminale,
della sua comunicazione, verbale e non.
Significativa è la frequente espressione "come se", tipica della
personalità alessitimiche perché il p. dichiara implicitamente di
non trovare le parole per spiegarsi. Appena possibile, il medico
potrà invitare il p. a riflettere ogni volta che si accorge di
pronunciare quelle due paroline ("as if" in inglese): dire come se
significa che ciò che sta per dire non è quello che vorrebbe dire, e
cioè che non è vero.
13
L'ANAMNESI
13.1 Dopo che il p., con calma e senza essere mai interrotto, ha
detto tutto, ma solo ciò che voleva dire, e cioè dolori, fastidi,
disturbi, ecc. cominciano le domande del medico. Ma bisogna saperle
fare.
Gli psichiatri sanno che è inutile chiedere a uno schizofrenico se
sente le voci; la risposta è no; ma se si chiede "quelle voci che
sente sono di uomo o di donna?" spesso la risposta è "di tutti e
due".
Scopo del medico è scoprire se ci sono problemi familiari,
lavorativi, sociali, economici, sessuali, ecc., ma se ci si limita a
chiedere "ha qualche problema?" la risposta potrebbe essere (e
spesso lo è) "nessuno": infatti il p. vuole solo che gli si tolga il
dolore e che non lo si secchi curiosando troppo sulla sua privacy.
Ci sono di esempio i ginecologi: a chiunque li consulti per
qualunque motivo chiedono sempre quanti figli, quanti aborti, a che
età il menarca, ecc.
13.2 Il medico deve non chiedere ma farsi parlare: "mi parli un
po' del suo mondo".
Famiglia: i figli come vanno a scuola? la domenica che fanno? le
raccontano che cosa fanno con gli amici? sono innamorati? genitori e
fratelli: li vede spesso? fate qualche vacanza insieme? suoceri e
cognati: idem. Moglie: che tipo è? spende molto? ha molte amiche?
cucina bene? Lavoro: esce mai con i colleghi? che ha regalato al
capo a Natale? Sesso: che frequenza? un po' meno soddisfatto di un
tempo? qualche interesse extra coniugale? e la moglie?
In pochi minuti si sono raggiunti due obiettivi: 1o il p. è felice
di sentirsi preso così in considerazione, 2o il medico può
inquadrare il caso nella giusta cornice biopsicosociale.
A questo punto il medico attento ha saputo molto ma ha percepito
tutto.
14
IL COUNSELING
Gli AA stranieri che parlano di counseling si riferiscono a quanto
accade nelle loro strutture specifiche (tipo "primary care" e,
appunto, "counseling center") simili al nostro "consultorio" che
però è un termine riduttivo (tipo "quasi ambulatorio").
All'estero, quello del counselor è un ruolo istituzionale (tipo
medico-di-guardia).
NOTA - L'apparente semplicismo di questo paragrafo 14, insolito per
un documento ufficiale, vuol dare un aiuto sostanziale al medico
desideroso di ottimizzare il suo lavoro quotidiano con una
"psicologia" che non è poi tanto difficile come potrebbe sembrare.
14.1 Per counseling s'intendono l'arte e la tecnica non di dare
consigli ma di guidare il p. a trovare da sé la soluzione non più
giusta (sarebbe giudizio di valore) né ideale (sarebbe utopia) ma
più economica alla propria salute mentale e soprattutto produttiva
ai fini di una maturazione che lo renda capace di autogestirsi.
Counseling significa aiutare il cliente a crescere nella libertà e
nella responsabilità (Van Kaam). E' un po' come dare un pezzo di
pane all'affamato, ma anche insegnargli a seminare il grano.
Consigliare è sempre controproducente: l'uomo è, di regola, troppo
presuntuoso per accettare consigli. Lo riterrebbe una sconfitta o
una violenza. Preferisce sbagliare, ma farlo da sé.
Il segreto del successo nella tecnica del counseling è nella frase
"vediamo (noi: io e te, io sono disponibile a vagliare con te tutte
le soluzione possibili) che cosa puoi fare" (tu, il pilota della tua
esistenza sei tu, a scegliere e decidere sei e resti solo tu).
Oltre tutto, il mettersi a dare consigli
a - è poco gradito al p. che si sente trattato come un bambino o un
ipodotato da parte di uno che, viceversa, sembra sentirsi
accreditato di poteri sovrumani, tra il magico e il culturale, per
cui vede più chiaro ed è infallibile
b - sa di paternale, patriarcale, apostolico (13): atteggiamenti
inaccettabili nella cultura moderna, che è democratica, laicizzata,
e contraria ad ogni autoritarismo
c - allontana il p., che si sente ancora una volta incompreso quando
invece ha tanto bisogno di sentirsi approvato e sostenuto o almeno
rispettato. Se non altro all'inizio, il p. ha sempre ragione.
14.2 Il counseling è la forma più elementare di psicoterapia
anche se non certo la più semplice. Richiede cultura specifica,
esperienza (training e supervisione), padronanza del transfert,
immunità al coinvolgimento.
Per il medico generico può essere sufficiente aver realizzato quella
"limitata ma importante" modificazione della personalità ottenuta
frequentando con profitto un'esperienza di Gruppo Balint e affinando
quella disponibilità all'ascolto che è alla base del counseling
inteso come alleanza terapeutica (76).
14.3 Il tipo di counseling accessibile e auspicabile, a livello
di medico non psicoterapeuta, è solo l'ottimizzazione del
tradizionale intervento, da vecchio saggio, del mitico medico di
famiglia.
E' una tecnica di sostegno in equilibrio tra cultura e buon senso,
è l'interpretazione ora psicodinamica ora simbolica dei sintomi per
offrire al p. utili spunti di riflessione,
è il suggerimento a modificare in qualche modo sia il proprio stile
di vita e di lavoro, sia i propri rapporti con l'ambiente familiare
e sociale,
è l'invito a fare un inventario sereno e aggiornato delle proprie
potenzialità.
Esempi. Se continua con questo ritmo, tra un anno o due avrà un
infarto.
Le sue crisi di bulimia sono simboliche poppate quando l'ansia era
fame e l'ansiolitico il latte materno.
Il vomito del suo bambino ogni mattina (mai di domenica) è un
"rigetto" della scuola o forse anche di qualche altra cosa parimenti
imposta dai genitori.
I suoi attacchi di panico con relative fughe al pronto soccorso sono
reazioni ancestrali alla paura; siamo uguali all'uomo delle caverne
che, sentendo un fruscio, temeva di essere vicino a una belva sicché
o era lui ad ucciderla e mangiarla o era la belva a uccidere e
mangiare lui; quale sarà il fruscio che lei avverte e quale il
pericolo che la sconvolge?; intanto sappia che il cuore sembra
impazzire solo per darle la forza di affrontare la "belva", ma non è
malato.
14.4 Un caposaldo del counseling è la spiegazione. Dice Meltzer
(5) che la chiave di un intervento efficace in psicosomatologia è
primo spiegare, poi spiegare, infine spiegare.
Per Fava la spiegazione è il primo dei quattro ingredienti
terapeutici in psicosomatica, oltre a rassicurazione, supporto,
esame obiettivo.
Al p. bisogna spiegare tutto, con calma discorsiva, senza paroloni
né atteggiamenti cattedratici, quasi suggerendo di riflettere se
"quel" caso rassomiglia a quanto scritto su certi libri.
Il p. che non vuole farmaci perché è solo "stressato" deve sapere
che lo stress è la somma di un evento stressante (stressor) e di un
individuo che "si lascia stressare" (stressed). La pioggia cade su
tutti, ma si bagna solo chi non apre l'ombrello.
Il p. che soffre di attacchi di panico (DAP) è alla ricerca di
improbabili "perché" conflittuali, ma si rasserena se gli si
mostrano immagini di PET raffiguranti l'arousal di differenti masse
di neuroni (ce ne sono cento miliardi: impossibile che si attivino
tutti insieme) a seconda che guardiamo o ascoltiamo, ecc., e quando
scatta il panic attack, il quale dunque è un fatto biologico,
cellulare, trattabile perciò solo con farmaci.
Il p. stufo di sentirsi dire che "non ha niente" si rassicura (e
dona compliance) al sapere che non ha niente di "tradizionale"
(febbre, ittero, tumore) ma "ha" qualcosa di natura psicologica,
altrettanto curabile anche se in modo "non" tradizionale
(psicoterapia).
L'ipocondriaco resta spiazzato a sentirsi dire che un medico non
avrebbe mai i disturbi che lui lamenta perché, conoscendo l'anatomofisiologia,
non darebbe peso a quei doloretti o a quei "fastidi".
Certi sintomi sono telegrammi dell'inconscio. Non basta accorgersi
che è arrivata una busta con su scritto "telegramma". E' necessario
aprirla e leggere il messaggio.
ALTRI CONSIGLI.
La vacanza è irrinunciabile, sia in estate sia nei week-end, e deve
divertire nel senso etimologico della parola: "dis-vertere" =
volgere altrove (l'attenzione, gli interessi).
Crearsi qualche hobby, meglio se "sociale", tipo carte, ballo, gite.
Frequentazione sociale: famiglia, amici, club, volontariato. Di
solitudine ci si può ammalare e persino morire.
Concedersi qualche pausa di solitudine attiva, riflessione,
spiritualità, rapporto con la natura.
"Fronteggiare" i problemi (coping) piuttosto che "affrontarli",
termine che evoca intenzioni di lotta, persino inumani eroismi,
anche pericolose pretese di onnipotenza. Dicono i cinesi: se per un
problema il rimedio c'è, perché te la prendi? E se non c'è ...
perché te la prendi!
Pensare in positivo: un bicchiere a metà è ancora mezzo pieno.
Andando a letto, lasciare i problemi nelle scarpe, come dicono gli
scandinavi.
Coltivare in ogni modo un "ottimismo intelligente", che non è
illusione né faciloneria, bensì concretezza, autostima, fiducia
nelle proprie risorse (self-efficacy) e un buon umore (con un po' di
umorismo) che tiene lontana la depressione e tutto ciò che essa
comporta, somatizzazioni comprese, mentre "il riso fa buon sangue"
(41).
Calma: ansiolitico ante litteram. L'igiene mentale sottoscrive la
filosofia spicciola del "domani è un altro giorno", "à da passà 'a
nuttata", "ci penserò domani".
ALTRI DIVIETI.
Eccessi d'ogni tipo: sport, cibo, caffè, vino, sesso, velocità, TV.
L'uomo è fatto per camminare non per correre: camminando può fare
chilometri, se corre si stanca presto.
Solitudine: proibito cristallizzarla, assurdo considerarla
inevitabile (8), parrocchie, circoli (anche per anziani), attività
filantropiche, al limite un cane o un gatto (pet-therapy (45)), sono
"agenzie di sicurezza".
Legami sociali troppo intensi: investendo troppo su un'unica persona
ci si isola e si rischia traumatiche delusioni; il dilemma del
porcospino (16) insegna a saper trovare lo spazio giusto per
scambiarsi calore senza pungersi.
Odio, vendetta, rancore, invidia: i virus dell'anima. Perdono,
pazienza, benevolenza, adattabilità saranno pure virtù da santi ma,
di certo, sono i caposaldi della salute mentale.
Non lasciarsi coinvolgere dai problemi dei familiari: il medico "si
prende cura" di ogni p. ma non si mette a piangere se il p. piange.
Mai dire ormai. Mai dire purtroppo. Due parole che si oppongono al
cambiamento, all'adattamento, alla programmazione, alla crescita.
14.5 Altra regola consiste nell'invitare il p. a privilegiare
concretezza e realtà.
Al p. che si definisce timido, incapace, complessato, succube, va
iniettata fiducia sottolineando tutto ciò che ha effettivamente
fatto di positivo (studi, conquista di un partner, famiglia, lavoro,
sport, ecc.). Contano i fatti più che le ipotesi. Occorre
gratificarlo per ogni cosa fatta bene, e compensare le sue eventuali
sventure valorizzando ogni aspetto positivo della vicenda, anche se
si tratta solo di dettagli.
Occorre anche "smontarlo" ridimensionando eventuali disturbi tanto
drammaticamente riferiti quanto clinicamente insignificanti (come i
"tremori interni", i vari "come se", ecc.).
Non accettare mai di discutere un argomento che il p. propone
facendolo precedere dalla parola "se". La parola "se" presuppone più
possibilità; per ogni possibilità si apre un'altra graffa; le
possibilità diventano infinite. Discutere solo ciò che è accaduto.
Parimenti va bloccata sul nascere la pur frequente affermazione "io
non accetto... ": un lutto, una malattia, la vecchiaia, il vedersi
brutti o grassi, la condizione sociale o sessuale, ecc. Ci sono cose
che non abbiamo comprato e di cui quindi non siamo responsabili.
"Non accettare" significa precludere ogni possibilità di
adattamento, di coping, di sopravvivenza serena. Qualunque realtà va
sempre accettata: se sgradita va fronteggiata al meglio, o almeno
alla meno peggio, sempre. Saggiamente gli inglesi dicono hope and
cope (= abbi fede e prova).
14.6 E' bene non prendersi mai alcun merito, usando frasi tipo
"io l'avevo già capito da un pezzo", "anch'io farei così", ecc. E'
viceversa opportuno prendere su di sé il peso del dubbio,
liberandone così il p., dicendo, p.es., "credo che questa sia la
soluzione migliore, mi pare che lei abbia ragione, forse fa proprio
bene a decidere così".
In effetti, in un intervento psicologico tanto più si ottiene,
quanto più si sa giocare di rimessa, in un'apparente passività: come
l'ostetrico, che deve assistere al parto con le mani dietro la
schiena, per evitare che il suo strafare faccia si che, tra madre e
figlio, si salvi a malapena solo il padre (come diceva Cattaneo). Il
counselor (76) dovrebbe parlare meno di quanto parlino i suoi
clienti: "se non sapete cosa dire, non dite niente".
14.7 Il p. va seguìto e non guidato. Il p. va trattato come un
adolescente e non come un bambino: libero di tentare, invitato a
fare esperienze, per poi discuterne con calma.
La differenza tra i due termini è sostanziale in pedagogia, dove si
invitano i genitori a cambiare comportamento quando i figli arrivano
alla pubertà.
Naturalmente il p. va anche corretto: perciò, fin dal primo incontro
è bene chiarire che il p., se è in crisi (altrimenti non starebbe a
parlare con un medico), deve cambiare qualcosa, tenendo conto della
convenienza e non della razionalità.
Non è facile, ma provare non costa molto. L'importante è rifiutare
ogni pregiudizio, tipo "io sono fatto così" ed altre dichiarazioni
simili e parimenti paralizzanti o almeno antieconomiche.
14.8 Setting adeguato. Nell'intenzione di non dare nulla per
scontato è bene riflettere un momento pure sul setting, anche perché
non c'è detto più contestato dell'abito che non fa il monaco. Il
risultato del counseling è influenzato anche da vari particolari
tutt'altro che insignificanti.
Look appropriato: elegante ma mai eccessivo: né casual né raffinato.
Studio silenzioso, confortevole, non dispersivo.
Possibilità per il p. di scegliere tra due poltroncine dove sedersi:
c'è chi vuole avere la finestra alle spalle.
Puntualità.
Atteggiamento convenzionale: né scostante freddezza né esagerata
calorosità.
Disponibilità gentile ma limitata. P.es.: "posso telefonarle?"
"Quando vuole ... tanto non mi trova mai (sto qui solo quando ricevo
e, mentre visito, non prendo telefonate) ... però mi trova sempre
(lasci detto alla segretaria oppure alla segreteria telefonica, che
è accesa anche di notte e di domenica, e poi io la richiamo appena
possibile".
Evitare interruzioni o distrazioni. Non prendere telefonate, non
sfogliare la posta, non farsi portare un caffè. E' concesso solo
accendersi una sigaretta (offrendola al p.).
Tenere a disposizione un pacchetto di fazzolettini: a volte il p. si
mette a piangere.
Commiato soft, evitando formule fastidiose tipo "arrivederci: il
tempo è scaduto". Meglio dire: "su questo argomento è bene
rifletterci un po': ne riparleremo nella prossima seduta".
15
IL PROBLEM SOLVING
15.1 Il Problem Solving (PS), letteralmente "soluzione del
problema", è una delle varie tecniche cognitivo-comportamentali che
aumentano le abilità del p. ed in particolare la capacità di
fronteggiare i problemi.
La procedura (40), articolata in cinque passi, ha lo scopo di
fornire al p. una metodica per fronteggiare problemi nei cui
confronti egli assuma atteggiamenti di incertezza e di incapacità
decisionale. Il p. deve prima "riconoscere" il problema
descrivendolo in termini razionali e sistematici invece che
impulsivi. Poi elaborare un ventaglio di alternative il cui unico
pre-requisito sia la possibilità, considerata indipendentemente
dalla razionalità o dall'efficacia. Si valuteranno poi quali, di
queste alternative, appaiono le più utili e "facili", ed infine il
p. verificherà l'efficacia della soluzione scelta nella fase
precedente (80).
Nel 1976 il PS fu meglio descritto da Haley (52) nel contesto della
terapia familiare ed anche come "training per non professionals" e
cioè per individui senza titolo di studio specifico ma dotati della
capacità di incontrare e capire gli esseri umani in difficoltà. E'
ovvio che tra questi individui i medici sono in prima fila.
15.2 Il PS non ha regole precise. La strategia ottimale viene
scelta caso per caso dal terapeuta. L'importante è che il p. venga
coinvolto, meglio se insieme con l'intero nucleo familiare, in una
terapia che provochi un cambiamento eseguendo le "direttive" e i
"compiti" suggeriti dal terapeuta con opportune dosi di abilità e
discrezione.
Non necessariamente il procedimento di P.S. deve coinvolgere
l'intero nucleo familiare; può essere utilizzato anche
individualmente o in gruppi (p.es. gruppi lavorativi).
La tecnica è molto valida per la soluzione di problemi derivanti da
conflitti coniugali e bi- o tri-generazionali: in particolare le
psicosomatosi infantili da triangolazione.
E' una terapia atipica (Haley la definisce uncommon) di tipo
direzionale (di cui Milton Erikson fu maestro) che pertanto è
efficace solo se coesistono la compliance del nucleo familiare ed il
carisma del terapeuta.
16
I GRUPPI BALINT
16.1 I Gruppi Balint (GB) sono uno dei metodi più collaudati nella
formazione psicologica del medico. Prendono il nome dallo
psicoanalista ungherese M. Balint (1896 - 1970), allievo di S.
Ferenczi.
Trasferitosi a Londra Balint continuò le prime esperienze cominciate
con molte difficoltà nella Budapest degli anni 30 per le ostilità
del regime, dapprima con le assistenti sociali poi con i medici.
Queste esperienze vennero riportate nel 1957 nel famoso libro "The
doctor, his patient and the illness", tradotto poi in italiano per
Feltrinelli in "Medico, paziente e malattia". A partire dagli anni
60 i GB sono una realtà diffusa in molti paesi non solo del mondo
occidentale. In Italia la SIMP ne ha fatto lo strumento privilegiato
per la formazione psicologica. Ad Ascona (nel canton Ticino, in
Svizzera) c'è un centro di Documentazione e Formazione Permanente
fondato e diretto da B. Luban Plozza, con presidenza onoraria di
Enid Balint. A tale attività l'OMS ha attribuito la definizione di
"Modello di Ascona".
16.2 Elementi di base dei GB
a - Centralità della persona e non della malattia. L'attenzione si
sposta dall'organo malato alla persona portatrice di un bisogno di
cui anche la malattia d'organo è espressione. La capacità da
acquisire è quella del "saper ascoltare" anche al di là delle parole
del paziente. Saper ascoltare diventa così il primo obiettivo da
raggiungere con la formazione balintiana. Come dice Balint "con un
terzo orecchio" e "attraverso tutti i pori della pelle".
b - Il medico come farmaco. Ogni attività di cura si esplica
all'interno di una relazione curante-paziente che si caratterizza
per essere una relazione di tipo professionale ("le professioni
d'aiuto"). La relazione è una variabile fondamentale per l'esito
della cura e la parte di competenza del medico assume l'importanza
di un farmaco. Come ogni altro farmaco, anche questo dovrebbe essere
somministrato con competenza.
c - Esercizio consapevole di tale funzione. E' questo l'obiettivo
racchiuso nella famosa indicazione di M. Balint "una modificazione
limitata, ma importante nella personalità del medico". La funzione
di farmaco del medico nella relazione è tale a prescindere dalla
consapevolezza e dalle caratteristiche del medico. Pertanto se ne
possono osservare tanto gli effetti benefici quanto quelli nocivi:
da qui l'importanza di giungere all'obiettivo indicato da Balint.
d - Approccio globale. L'attenzione alla persona oltre che alla
malattia, al suo ambiente, alla sua storia, l'importanza della
relazione, la funzione del medico come medicina, l'importanza
dell'ascolto, una nuova professionalità del medico che comprende
anche la capacità e la competenza relazionale sono gli eventi alla
base dell'approccio globale. Tale approccio non tende a
psicologizzare la medicina, ma valorizza ed utilizza la dimensione
psicologica della medicina e di tutte le professioni d'aiuto
considerandola una risorsa importante. Il medico, l'infermiere,
l'assistente sociale ed ogni altro professionista della salute
continuano nella loro professione utilizzando questa ulteriore
risorsa senza per questo trasformarsi in psicologi e psicoterapeuti.
e - Stare meglio per far bene. La relazione professionale con
finalità curativa è anche un contesto affettivo in cui, pur nella
differenza dei ruoli, vale il principio della reciprocità. Con una
formazione balintiana, si tende a migliorare la capacità
relazionale: non solo può aumentare l'efficacia di una cura, ma
diminuisce il rischio di burn-out.
16.3 Cos'è e come funziona un Gruppo Balint.
Il GB nella sua forma classica, è composto da medici (generici e
specialisti vari) che, con la conduzione di uno psichiatra di
formazione psicoanalitica, discutono di quei casi della loro pratica
professionale che sono stati causa di difficoltà sul piano della
relazione col paziente.
Il lavoro del gruppo si struttura a partire dal "racconto" di un
caso professionale portato in discussione da parte di un
partecipante. Terminata la presentazione gli altri membri del gruppo
che lo desiderano possono intervenire ponendo domande, formulando
ipotesi, esprimendo pareri e considerazioni. La discussione del caso
dura 90'.
Il lavoro del gruppo è guidato dal conduttore il quale, attento alle
interazioni tra i partecipanti e tra lui ed il gruppo stesso, svolge
la funzione di centrare il lavoro sulla relazione.
La frequenza degli incontri è preferibilmente settimanale o
quindicinale e la durata nel tempo dell'esperienza è di almeno un
paio di anni.
Alcuni gruppi sono composti sempre dagli stessi partecipanti (gruppo
chiuso), mentre altri possono prevedere l'inserimento di altri
membri nel corso dell'esperienza (gruppi aperti).
Il GB può essere inserito nel vasto panorama di gruppi tipici in
base agli elementi che lo caratterizzano. Questi elementi sono,
secondo la definizione di G. Lai: il numero dei partecipanti, la
finalità perseguita, il tipo di conduzione, la periodicità degli
incontri, la centratura del lavoro, l'orientamento concettuale
seguito.
- Numero di partecipanti. La presenza ottimale di 10-15 partecipanti
permette agli stessi di sedere in circolo e parlare avendo ciascuno
la possibilità di osservare tutti gli altri. Tale caratteristica
permette di definire il "G. Balint" come "piccolo gruppo" o "gruppo
vis-à-vis".
E' possibile lavorare, soprattutto nella fase di sensibilizzazione,
con il cosiddetto "grande gruppo" costituito da molti partecipanti
(30 o più persone) con un piccolo gruppo al centro che lavora e che
si apre al grande gruppo che lo contiene nella fase finale (il
cosiddetto "gruppo eco").
Vi sono anche esperienze caratterizzate da incontri periodici con
cadenza dilazionata nel tempo (Divonne, Siltz, Ascona) in cui il
lavoro viene effettuato sia in piccoli gruppi che in grande gruppo
secondo la modalità di lavoro definita da M. Sapir e S. Cohen
"intensiva e discontinua". Tale tipo di lavoro formativo è stato
adottato dalla SIMP in diverse esperienze (Stresa, Belgirate,
Milano, Parma).
- Finalità perseguita. Il GB è un gruppo di formazione. Persegue
infatti l'obiettivo della formazione psicologica e
dell'addestramento al rapporto professionale col paziente sul piano
della relazione. In ciò si distingue da quei gruppi che, avendo
finalità terapeutiche, si qualificano appunto come "gruppi di
terapia".
- Conduzione. Il GB lavora guidato da un conduttore, la cui funzione
è stata prima brevemente definita.
- Frequenza. Poiché il lavoro del gruppo è articolato attraverso una
serie di incontri scaglionati nel tempo con periodicità prefissata,
il GB fa parte dei gruppi di tipo "continuo", evidenziando con ciò
la struttura processuale e non occasionale del lavoro.
- Centratura del lavoro. Il gruppo lavora su un'esperienza
professionale raccontata da uno dei partecipanti ("il caso"). Ciò
pone il GB fra i "gruppi eterocentrati". La centratura del lavoro lo
differenzia dai gruppi con finalità terapeutiche, essendo
focalizzati sulle dinamiche attuali interne al gruppo, sono definiti
gruppi autocentrati.
- Orientamento. Il GB è di derivazione psicoanalitica centrando la
propria attività sugli elementi affettivi della relazione.
Sintetizzando, si può pertanto definire il GB come un: piccolo
gruppo, di formazione, con conduttore, continuo, eterocentrato e di
orientamento psicoanalitico. (Minervino e Parietti)
17
INSEGNAMENTO E FORMAZIONE UNIVERSITARIA
17.1 L'insegnamento della MP non è previsto dalla Tab. XVIII (ma
esiste la possibilità di proporre alla Facoltà nuovi insegnamenti,
compresa dunque la MP) mentre è presente in varie Scuole di
Specializzazione. Quindi anche l'Università ha un suo ruolo nella
formazione psicologica del medico. La Commissione Universitari della
SIMP, coordinata da Rigatelli, ha stilato un documento (1991) per
dettarne le guidelines.
17.2 Tutta la medicina ed ogni patologia sono per definizione
"psicosomatica".
Introdurre la psichico e l'emotivo, il fantasma, l'eros e il
thanatos, accanto al logico e all'obiettivo, mira a creare una
dialettica che superi il non dialogo tra "psicologisti" e "organicisti".
Si propone dunque un lavoro integrato (o non particolarmente
dissonante) contro la frammentazione dell'intervento clinico dovuto
alla superspecializzazione, contro lo split tra modello bio-medico e
modello psico-sociale, tra medici, psichiatri e psicologi e in
definitiva tra pazienti, loro familiari, e curanti.
I contenuti dell'insegnamento riguardano aspetti storici della MP
(concetti, modelli, evoluzioni), metodologia della relazione
medico-paziente, rapporto tra corpo-reale e corpo-vissuto, lezioni a
tipo seminariale su temi specifici, ai fini di una comprensione
razionale e non mitica dei collegamenti psiche-soma.
Il momento formativo è inteso come introduzione riflessiva e
problematica all'esperienza di presa in carico emozionale del
paziente: l'approccio positivo lascia spazio all'evento umano
(relazione medico-paziente da un lato e vissuto di malattia come
esperienza dall'altro).
L'aquisizione di un'attitudine psicoterapica è favorita dalla
partecipazione ad attività di consulenza (liaison), a gruppi di
discussione alla Balint, ad esperienze di gioco dei ruoli e di
psicodramma (condotte da persone con specifico training per la
potenza degli aspetti emozionali in grado di evocare), a proiezioni
audiovisive e cinematografiche che permettono un impatto emotivo
diretto (anche quando i partecipanti sono numerosi).
Anche l'attività di ricerca è funzionale al fine ultimo
dell'universitario. Questi i filoni principali.
1) studi epidemiologici ed etiologici miranti ad identificare il
rapporto esistente fra malattia e fattori psicologici e sociali
(povertà, urbanizzazione, emigrazione, disoccupazione, eventi
stressanti, caratteristiche e struttura di personalità, stati
psicopatologici, il sistema di cui il soggetto fa parte in una
prospettiva eco-sistematica, ecc.);
2) studi sui meccanismi psicofisiologici (neurofisiologici,
neuroendocrini, metabolici, immunitari) che mediano fra
rappresentazione simbolica degli eventi - interni ed esterni - ed il
funzionamento - normale e patologico - di organi e tessuti;
3) studi sulle reazioni psicologiche e sociali alla malattia, al
ruolo di malato, all'ospedalizzazione (fattori soggettivi, supporto
sociale, qualità della vita, ecc.);
4) studi sui risultati di trattamenti psicofarmacologici e
psicoterapici.
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